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L'azienda è situata in borgata Podio, 2 km dal Comune di San Damiano Macra al principio della Valle Maira, 12 km da Dronero, 33 km da Cuneo. Potete raggiungerci in macchina (deviazione sulla destra per Pagliero, poi tenere sempre la destra ai bivi successivi) o ancor meglio a piedi lasciando la macchina nella piazza di San Damiano percorrendo il vecchio sentiero panoramico.

Per informazioni la nostra e-mail è: lopuy@email.it

perchè il blog

L'azienda agricola Lo Puy si apre al mondo della rete per farsi conoscere e non solo; per tenere aggiornati amici, appassionati di montagna, amanti delle buone cose, sostenitori di una realtà agricola montana ancora possibile nonostante le innumerevoli difficoltà.Vuol essere un modo per comunicare passo passo questa nostra scelta di vita nel corso delle stagioni rendendo partecipi tutti quelli che ci seguono da vicino e da lontano. Grazie per il sostegno che ci date!




giovedì 8 marzo 2012

"Mai gridare al lupo" però...








    Pubblichiamo un articolo relativo alla spinosa questione del lupo non tanto per gridare “Al lupo al lupo!”. Di parole ne sono state fatte troppe, i vari articoli di giornale e i numerosi forum ambientalisti e non, sembrano non voler dialogare tra loro o quantomeno capirsi.  Vogliamo riportare proprio questo articolo tra i molti perché ci è sembrato completo, dall’inizio alla fine, senza polemiche, senza critiche vane perché è vissuto in prima persona. Emerge un ritratto ben preciso di un animale in fase di trasformazione e adattamento. Il lupo delle nostre valli non è il lupo delle steppe sterminate del Canada o della Siberia  che ha a disposizione migliaia di km da percorrere in lungo e in largo e nessun centro abitato! Le nostre sono valli molto piccole, in confronto. E non sembra nemmeno più l’animale di ottanta anni fa che ancora abitava queste valli. “Mai gridare al lupo”, il bellissimo film girato in Canada, si riferisce ad uno studio fatto sul campo da un ricercatore, ma appunto, in Canada. Certi confronti non si possono fare perché i contesti sono diversi. Ogni punto di vista quando viene criticato va anche conosciuto a fondo; oggigiorno si critica tutto e tutti senza sapere come realmente stanno le cose. E anche se davvero il lupo fosse fonte di reddito per le nostre montagne, viene da chiedersi se in questo caso i veri ambientalisti non si scandalizzerebbero con ragione dicendo: “Che grande speculazione si sta facendo alle spalle di un animale in via di estinzione oltre tutto!” Come se fossero stati messi in vetrina solo per il piacere di qualcuno.
                                                                                                                                         Lara





L'Adige martedì 21 febbraio 2012      il Racconto

Il lupo 


    La testimonianza di una pastora. «Non possiamo difenderci, e non gli si può sparare. Assale le nostre pecore: nell’estate 2011 ne abbiamo perse 30, 20 l’anno prima»

Impossibile conviverci per noi abitanti delle Alpi

Il ritorno del lupo (nella foto) sulle Alpi e in Trentino fa discutere. È possibile la convivenza con l’uomo?

La protagonista di questa storia ritiene di no. Con il suo editoriale (l’Adige, 16 febbraio) dal titolo «Ritorno del lupo in Trentino: è compatibile?», Annibale Salsa, noto antropologo ed editorialista del nostro giornale, già presidente nazionale del Cai, ha aperto il dibattito sulla compatibilità o meno della presenza del lupo sulle montagne delle Alpi. Al suo intervento risponde Marzia Verona, pastora piemontese, che porta la sua testimonianza.

MARZIA VERONA

(segue dalla prima pagina)

I branchi di lupi ci sono, è vero che scendono nei paesi, infatti negli ultimi 10 anni ci sono stati numerosi casi di lupi investiti su strade e ferrovie nelle vallate alpine (Val di Susa, Val Chisone). La gente li vede, li sente, trova i resti delle loro prede non lontano dalle case. Questo genera sicuramente paura, il timore del lupo è qualcosa di atavico che abbiamo dentro di noi. Io li ho sentiti ululare un mattino prima dell’alba, in alta montagna, e mi è letteralmente venuta la pelle d’oca. Il vero problema per il quale però in Piemonte si è chiesto il contenimento del numero di lupi è un altro: non solo la paura di quei pochi che vivono in piccoli villaggi di montagna che d’inverno contano poche decine di abitanti, ma i danni all’allevamento tradizionale degli alpeggi.


Io sono la compagna di un pastore. Lui è originario della Val Pellice, più precisamente di Angrogna. Per lui, come per la maggior parte dei suoi «colleghi», il gregge è la vita. Il pastore non dice: «Le pecore hanno pascolato un prato nel tal posto», ma: «Ho mangiato l’erba…». Sarebbe bello che il lupo fosse un animale spazzino che preda solo bestie malate, vecchie, caprioli e camosci ormai stanchi di vivere. È furbo, è intelligente, il lupo. Potendo scegliere, lo fa. E la pecora, animale domestico, è più facile da catturare. Se poi è bella grassa, rappresenta un succulento boccone. Lo sa che i pastori hanno notato che, se una pecora con dei problemi, alla quale magari è stata fatta una puntura di antibiotico, resta indietro, il lupo non la prende? Noi nell’estate 2011 abbiamo avuto 30 perdite per causa del lupo. Nel 2010 una ventina. E attacchi più o meno consistenti ci sono stati anche negli anni precedenti. Il gregge è composto da circa 400 animali di proprietà del mio fidanzato e altrettanti «presi in guardia» da piccoli allevatori locali, che, secondo la tradizione, li affidano al pastore affinché li porti in alpe d’estate, cosicché loro possano occuparsi della fienagione in fondovalle, fieno prezioso per il mantenimento dei loro ovini nel lungo inverno.


Sono quindici anni che il lupo è presente sull’alpeggio dove saliamo. Claudio, il mio fidanzato, è sempre stato su quelle montagne, prima con i genitori, poi con lo zio che l’ha indirizzato sulla strada della pastorizia. I suoi genitori invece allevano bovini. Conosce ogni sasso, ogni cespuglio, ogni leggenda e storia di quella montagna. È un alpeggio difficile, spesso c’è la nebbia e non se ne va per giorni. È ripido, sassoso, con molti cespugli perché ormai lassù non salgono decine di persone come un tempo, ma solo lui con il suo gregge. Non si vive più con due vacche e venti pecore, si fatica a campare con quattrocento. In alpeggio purtroppo tocca adattarsi: nel nostro caso si paga un affitto al Comune, che però non ha mai aggiustato le baite. Queste stanno crollando, l’unica più o meno in piedi ha muri attraverso i quali passa il vento, quando piove c’è il fango sul pavimento perché la «casa» è addossata alla roccia e l’acqua a lungo andare filtra. Non si può accendere un fuoco all’interno e ci sono allegre famiglie di topi che ti passano fin sulla faccia mentre dormi. Il letto è un «soppalco» costruito con alcune assi e pali. Il materasso erba secca e qualche vecchia coperta. Bisogna camminare per oltre un’ora e mezza lungo un ripido sentiero per arrivare lì, portando su tutto a spalle, viveri per te e per i cani. Più volte si è tentato di fare il carico con l’elicottero, per portare almeno il sale per le pecore, il pane per i cani, ma la nebbia il più delle volte ha mandato a monte il tutto.
Le baite non possono essere aggiustate perché sono del Comune, così ci si arrangia con teli di nylon e riparazioni precarie. Perché affrontare la spesa della costruzione di un nuovo edificio… quando l’anno prossimo il Comune potrebbe affittare a un altro?
E perché non cercare un altro alpeggio? Perché non è semplice trovarne di liberi. È una lunga storia anche questa, ci sono meccanismi complicati da sintetizzare, perverse storie di alpeggi affittati ad allevatori di pianura pronti a sborsare cifre che mai un pastore potrebbe permettersi (e loro invece lo fanno per accaparrarsi i contributi Cee, senza peraltro portare in alpeggio i loro animali). Poi su quell’alpeggio c’è la sua vita. Nella parte bassa ci sono pascoli ed edifici di proprietà, che lui e la sua famiglia hanno ristrutturato a spese loro. Si potrebbe utilizzare quelli, camminando un po’ di più, ma avendo una vita civile.
Il lupo però non lo consente… La mia lunga premessa serviva infatti a dare un’idea di quello che c’è lassù nelle montagne dove i lupi mettono in pericolo le greggi e gli uomini. Per l’uomo il pericolo fino ad ora non è stato l’attacco alla persona, ma la sofferenza, lo stress, il senso di impotenza, la frustrazione, il danno economico e morale.
«Convivere» con il lupo per un pastore vuol dire essere sempre insieme al proprio gregge. Bisogna chiudere le pecore nei recinti (e le reti mobili vanno spostate frequentemente, per il benessere degli animali… il tutto a spalle…), quindi devi essere lì dal mattino presto fino alla sera tardi. A volte degli animali restano indietro nella nebbia e così tendi le orecchie al suono delle campanelle, poi parti con la pila a cercarli. Quelli che non trovi, sono condannati. Quest’estate io ero in alpeggio e, ogni volta che ciò è successo, al mattino vedevi già i corvi che giravano. Allora andavi a raccogliere i cadaveri e, se ti andava bene, curavi quelle ferite.
Di notte finisce che non dormi più, al minimo abbaiare del cane maremmano da difesa salti in piedi ed esci con la pila. Fai di tutto, dai tutto te stesso per gli animali, i tuoi animali che magari hai salvato da piccoli, allevandoli con il biberon quando la mamma non aveva latte a sufficienza, e poi te li trovi uccisi, divorati.
Arrivi a capire il lupo, è un animale, deve mangiare, ma non capisci perché non puoi difenderti come facevano i tuoi nonni, i tuoi bisnonni. Almeno sparare, per far paura. Perché l’ultima pecora prima di scendere dall’alpeggio a fine stagione te l’ha presa dietro alle baite, in pieno giorno, senza timore dell’uomo. Il lupo non ha più paura dell’uomo. Quando ti vede, si allontana, ma non scappa. Ti alzi alle 6 e vai a letto alle 23 se non oltre. Non puoi allontanarti un giorno, un’ora. Se non ci fosse il lupo, alle cinque o alle sei di sera potresti scendere alla tua baita dove c’è una stufa, un letto, mangiare e riposare, stare con la famiglia. Invece no, e se non c’è nessuno con te, alla sera molte volte sei così stanco che o non mangi, o sbocconcelli qualcosa di freddo.
Per colpa del lupo noi non possiamo farci una famiglia: non si può più crescere un bambino lassù, in quelle condizioni… E non vogliamo nemmeno stare lontani 4-5 mesi, soprattutto in quella stagione che è (era) la più bella per chi fa questo mestiere. Dobbiamo per lo meno trovare un altro alpeggio, con una baita in cui si possa vivere civilmente. Tentare di difendersi dal lupo è anche un costo non indifferente, per un’azienda dal bilancio ridotto come la nostra. 5-6.000 euro a stagione non sono pochi (spesi tra reti, pagare un aiutante estivo, alimentazione dei cani anti-lupo, medicinali per le pecore ferite…), per non contare poi tutti i danni indiretti. Le pecore producono meno, quelle genericamente «disperse » dopo un attacco al gregge non vengono rimborsate, ecc. ecc.
Viene persino voglia di smettere, ma se un pastore vende le pecore gli muore qualcosa dentro.
Questa è la nostra storia, io mi sento impotente quando Claudio è sconvolto dopo l’ennesimo attacco. La sua non è rabbia, è disperazione. Mi dice: «Ma che vengano qui con me, quelli che ci tengono tanto al lupo! Vengano su con me a fare una settimana della vita che faccio io!».
Io quella vita la sto facendo, ma non è vita, meno che mai nel XXI secolo. Vorrei che sul giornale venissero raccontate anche queste storie e non solo dire teoricamente che è bello il lupo e bisogna proteggerlo assolutamente.

Se l’uomo, se il pastore abbandona la montagna, crolla un ecosistema. Se smettesse lui, venderanno le pecore tutti quei piccoli appassionati che ne tenevano cinque, dieci, cinquanta nel fondovalle e gliele affidavano per l’estate. Così si smetterà di falciare quei prati che servivano per il fieno. Sarà abbandonata la montagna, sarà abbandonato lo spazio intorno alle frazioni in basso. Andranno a perdere anche i sentieri che salgono all’alpeggio, quei sentieri che ogni volta che li percorrevi sistemavi una pietra, toglievi un ramo, davi due colpi di zappa perché le bestie passassero con meno pericolo… e con loro anche gli escursionisti che sarebbero venuti dopo.

Non ci sarà più la fontana vicino alle baite. Per chi la montagna la frequenta da turista, è più facile godere della vista di un gregge di pecore che non riuscire a scorgere un lupo. L’escursionista di passaggio, magari in difficoltà per qualcosa lassù dove non prende nemmeno il telefonino, al pastore poteva sempre chiedere aiuto, un’indicazione o anche solo scambiare quattro chiacchiere. Noi e tutti gli altri che fanno questa vita dura, ma piena di soddisfazioni semplici, non c’è l’abbiamo con il lupo. Ce l’abbiamo con chi non capisce la montagna e i suoi abitanti. Il lupo cacci il capriolo, il camoscio, il cinghiale, ma dateci la possibilità di difenderci quando invece arriva vicino alle nostre pecore. Volete aiutare il lupo? Allora aiutate i pastori. Aiutateci a risolvere i problemi che hanno fatto sì che il lupo fosse la goccia che fa traboccare il vaso: abbiamo bisogno di baite decenti, abbiamo bisogno che il nostro lavoro torni ad avere un valore, mentre adesso a fatica con i ricavi si coprono le spese, abbiamo bisogno di meno burocrazia, di affitti degli alpeggi abbordabili.







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