come raggiungerci

L'azienda è situata in borgata Podio, 2 km dal Comune di San Damiano Macra al principio della Valle Maira, 12 km da Dronero, 33 km da Cuneo. Potete raggiungerci in macchina (deviazione sulla destra per Pagliero, poi tenere sempre la destra ai bivi successivi) o ancor meglio a piedi lasciando la macchina nella piazza di San Damiano percorrendo il vecchio sentiero panoramico.

Per informazioni la nostra e-mail è: lopuy@email.it

perchè il blog

L'azienda agricola Lo Puy si apre al mondo della rete per farsi conoscere e non solo; per tenere aggiornati amici, appassionati di montagna, amanti delle buone cose, sostenitori di una realtà agricola montana ancora possibile nonostante le innumerevoli difficoltà.Vuol essere un modo per comunicare passo passo questa nostra scelta di vita nel corso delle stagioni rendendo partecipi tutti quelli che ci seguono da vicino e da lontano. Grazie per il sostegno che ci date!




lunedì 22 agosto 2011

Coltiviamo il sole






sabato 3 settembre ore 16
              
domenica 9 ottobre ore 11
presso
LA CHABROCHANTO borgata Podio
Azienda Agricola LO PUY
SAN DAMIANO MACRA -cn-

Presentazione del progetto
 Coltiviamo il sole
Energie rinnovabili ed agricoltura sostenibile


La nostra azienda ha aderito al progetto pilota Coltiviamo il sole dell’associazione Solare Collettivo onlus. Si tratta di realizzare collettivamente un impianto fotovoltaico presso la nostra azienda agricola.
Realizzando l’impianto fotovoltaico intendiamo aumentare, nella misura del possibile, la nostra indipendenza energetica contribuendo alla diminuzione delle emissioni di co2 nell’atmosfera. In effetti, pur nel nostro piccolo, consumiamo oltre 20.000 kw annui impiegati soprattutto per la mungitura meccanica e la refrigerazione delle nostre celle di stagionatura dei formaggi. Per questi motivi abbiamo aderito con piacere al progetto Coltiviamo il sole dell’associazione Solare Collettivo con l’auspicio di creare nuove forme di collaborazione e contatto tra la città e la campagna, tra i monti e la pianura.

CHE COS’È SOLARE COLLETTIVO
L’Associazione Solare Collettivo Onlus ha per finalità la promozione attiva di una nuova cultura ecologica, con particolare attenzione al tema cruciale dell’energia rinnovabile e di tutte le problematiche ambientali connesse ad una gestione responsabile delle risorse naturali e dei comportamenti umani quali ad esempio: la gestione dell’acqua, la produzione/smaltimento dei rifiuti,ecc.
E ORA COLTIVIAMO IL SOLE
E’ un progetto concreto che guarda all’economia reale e locale senza speculazioni. Il nostro obiettivo è la democratizzazione dei meccanismi di produzione di energia elettrica e il rafforzamento del legame tra agricoltori e cittadini.
Il progetto “Coltiviamo il sole” ha quindi lo scopo di promuovere:
1. la costruzione di impianti fotovoltaici in aziende agricole e agrituristiche;
2. la partecipazione diretta dei cittadini alla produzione di energia da fonti rinnovabili attraverso il finanziamento collettivo di impianti fotovoltaici in aziende agricole virtuose;
3. un nuovo rapporto fra cittadini ed agricoltori che generi una relazione stabile e positiva per l’ambiente e le persone.

DA COSA SIAMO PARTITI
La produzione di energia elettrica dal sole è quella che meglio si presta a costituire un legame stretto con il mondo agricolo. Inoltre Solare Collettivo sente la necessità di diffondere la cultura per un’alimentazione sana, etica, con prodotti di aziende agricole locali che, rispettando la stagionalità della produzione e i ritmi dell’ambiente, concorrono quindi ad uno sviluppo sostenibile del territorio.

L’IDEA
Costituire dei gruppi di cittadini che finanzino collettivamente la costruzione di un impianto fotovoltaico presso un’ azienda agricola o agrituristica e in cambio ricevano la restituzione del capitale versato e dell’interesse sotto forma di “prodotti” dell’azienda. Il progetto si rivolge nello specifico a cittadini che vogliono fare un investimento etico a favore delle energie rinnovabili e di una agricoltura sostenibile.
IN CONCRETO
La proposta di Solare Collettivo è la seguente:
1. i Soci partecipanti versano una quota di € 300- 500 o multipli all’azienda agricola finalizzata alla realizzazione di un impianto fotovoltaico;
2. si stabilisce l’interesse sul capitale investito e il numero di anni necessari per la restituzione;
3. il capitale versato e gli interessi verranno restituiti annualmente sotto forma di prodotti agricoli e/o servizi agrituristici dell’azienda. Il rapporto tra i soggetti è regolato da un contratto specifico individuale che terrà conto di: capitale investito, numero di anni previsto per la restituzione, interesse garantito, tipo e caratteristiche dei prodotti.
Per partecipare al progetto è necessario iscriversi all’associazione Solare Collettivo Onlus. Solare Collettivo Onlus avrà il compito di: promuovere l’incontro tra l’azienda e i cittadini; fornire supporto nella fase di preparazione e stipula del contratto; monitorare il progetto nel suo divenire; offrire adeguata assistenza agli aderenti al progetto.

L’aderente cofinanzierà in pratica un impianto fotovoltaico di 20 kw, realizzato sul tetto della stalla, acquistando una quota di 300 o 500 euro che verrà restituita sottoforma di formaggi e servizi agrituristici. Per singoli acquisti di formaggi superiori a 50 euro viene applicato uno sconto del 10%; per i servizi agrituristici (degustazioni, merende sinoire, pernottamento) viene applicato sempre lo sconto del 10% all’intera comitiva:
- la quota da 300 euro viene restituita con rate di 100 euro annui
- la quota da 500 euro viene restituita in cinque anni calcolando l’interesse del 5% con rate annuali costanti di 115 euro.


Sabato 3 settembre alle ore 16
oppure
domenica 9 ottobre ore 11
presso LA CHANBROCHANTO borgata Podio
SAN DAMIANO MACRA -cn-



L’AZ. AGR. LO PUY vi aspetta insieme all’ASSOCIAZIONE SOLARE COLLETTIVO ONLUS.

PER INCONTRI, INFORMAZIONI VARIE
E DIVENTARE SOCI
Associazione solare collettivo o.n.l.u.s.
P.za V Emanuele II n° 1 – 12035 Racconigi
Cod. Fiscale 95020030045
Banca dati Onlus n° 2008/26020 dal 14 febbraio 2008
Per iscrizioni ed eventuali donazioni:
C.C Banca Popolare Etica n° 125048
IBAN: IT60 L050 1801 0000 0000 0125048






VII convito "Dannoso è il lupo alle stalle"







 


                         I Pastori                     

Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti
Alpestri, che sapor d’acqua natìa
rimanga ne’ cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano.

E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!

Ora lungh’esso il litoral cammina
la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquìo, calpestio, dolci romori.

Ah perché non son io co’ miei pastori?

                                                                                                                  Gabriele D'Annunzio

                                                                 


   Nel 2011 ci interroghiamo su quale futuro possano avere la nostra pastorizia, la nostra zootecnìa, la nostra Agricoltura. Siamo quasi al termine dei nostri conviti, ma lo scenario che ci si presenta davanti si fa di volta in volta più complesso e coinvolge tutti gli aspetti di una società, di una comunità di pianura come di montagna. Il nostro "Piè-Monte" quale possibilità si può ancora giocare? La nostra Italia amata ed odiata, unita e divisa, la nostra terra, piena di grovigli, così ricca e variegata per riemergere deve essere presa in mano dalla gente.
L'agricoltura è uno di quegli ambiti in cui "prendere in mano la terra" non è solo una metafora ma piuttosto un'azione.
    La pastorizia, tema di questo convito, voleva essere lo spunto per parlare di montagna, delle sue difficoltà, del suo spopolamento, anche se emerge oggi che parlare di montagna senza parlare di pianura è poco credibile. Come saranno le nostre città, le nostre pianure così abbruttite dal cemento, dai capannoni, dagli allevamenti intensivi in cui le bestie non vedono neanche più il cielo, dalle strade sempre più imponenti? Dovremo scappare in montagna la domenica per ritrovare la nostra anima, la nostra pace? Ci accorgiamo che questo sta già succedendo. I problemi del futuro sono già nel presente. Dobbiamo scalare le cime e sentire finalmente quel profumo, quell'aria sottile, quei colori, quegli odori che in genere non si sentono? Siamo quei cittadini che la domenica diventano montanari per vedere gli animali selvatici? Il principio può essere corretto e degno di lode, ma occorre riflettere sugli enormi rischi che si corrono con un'attuazione poco attenta. La montagna può diventare uno zoo o un parco giochi: caprioli, cinghiali, lupi, linci e, chissà, tra breve anche gli orsi. Quale gioco di potere, quale business c'è dietro questa attuazione sbagliata di un pur corretto principio?
   Abbiamo cercato di approfondire il tema del lupo per far emergere, nella specificità della questione, questo aspetto del problema. Nelle nostre valli ormai sono circa 80 i lupi presenti. Sarebbe interessante chiedersi qual è il rapporto lupi/pastori. Di questi ultimi quanti ne rimarranno? Anche il pastore rischia di essere relegato ad attrattiva domenicale, uno fra i tanti dello zoo.
   Di seguito indichiamo alcuni siti che aiutano ad inquadrare la questione. www.regione.piemonte.it/parchi/lupo




Scheletro di cinghiale trovato in un prato all'inizio dell'estate a 500 m dalla nostra borgata.
La testa era a 20 metri di distanza. Risale a quest'inverno. I nostri cani durante due pascoli  hanno ritovato zampe di capriolo morto in via di decomposizione.


Segue un lungo spunto di riflessione, tratto da http://www.ruralpini.it e riportato nella sua interezza.

"17.08.11 Per smascherare la natura ideologica del lupismo (e l'uso politico della scienza ad esso connesso) basta studiare il 'forestalismo' anticontadino e antipastorale del XIX e XX secolo (e la sua matrice totalitaria).

Forestalismo e lupismo: ideologie funzionali alla colonizzazione delle Terre alte

di Michele Corti  (docente presso l'Università di Milano dove insegna Sistemi Zootecnici e pastorali montani)

Non vogliamo che passi un secolo - come è successo per il forestalismo - prima che la natura di falsa scienza della 'mistica del ritorno dei grandi predatori' sia riconosciuta dalla comunità scientifica e nell'arena pubblica come tale

Qualche giorno fa ho pubblicato su questo blog il resoconto della mia visita di studio in val d’Angrogna dove il giovane e volenteroso pastore Claudio Buffa deve abbandonare le montagne che frequenta da bambino, dove pascola le sue pecore, dove i suoi vecchi hanno pascolato mucche, pecore e capre perché la difesa dagli attacchi dei lupi impone un impegno fisico e psicologico insostenibili.

E se lo farà perché? Chiariamo subito che se non fossero state fatte delle scelte non democratiche a favore della reintroduzione dei grandi predatori (da parte di organismi quali comitati permanenti di convenzioni internazionali, organi tecnici ‘scientifici’ costituiti da ambientalisti, Parchi) il problema non si porrebbe. Del carattere di ‘governance autoritaria’ di queste forme di biopotere che annullano la rappresentanza democratica dei territori ho già parlato in altra sede, alla quale rimando (La reintroduzione dell'orso e del lupo sulle Alpi: le ragioni degli ecologisti e quelle dei pastori e alpigiani ma non solo in: Confronti. Autonomia lombarda: le idee, i fatti, le esperienze (rivista della presidenza della Regione Lombardia, n. 1/2010, pp. 97-124.
Una strategia sin troppo trasparente di colonizzazione materiale e simbolica delle Terre alte

Se abili lobby super-organizzate a livello mondiale non avessero promosso con accanimento la reintroduzione dei grandi carnivori in Europa e in altre parti del mondo Claudio, come tanti altri pastori, continuerebbe a fare il suo mestiere dove l'aveva sempre fatto e dove l'avevano fatto i suoi avi. Far sloggiare Claudio dall’alpeggio sotto il Gran Truc (2366), cima che separa la val Pellice dalla val Germanasca, dove il nostro pastore pascola in piena estate, discende da una scelta precisa mirante allo spopolamento della montagna. Una scelta che vuole togliere di mezzo l'impiccio della presenza dei 'nativi' con i loro diritti, con la loro identità. I pastori, i montanari sono come gli indiani d'america. Altri, forti del potere, vogliono cacciarli e prendere il controllo del territorio montano. Il lupo è un astuto grimaldello. Qualcuno penserà che sono ragionamenti dietrologici un po' cervellotici. Allora lo invito ad analizzare il parallelismo tra la 'riforestazione' nel XIX (e XX) secolo e la 'reintroduzione dei grandi predatori" nel XXI secolo. Vi faccio leggere cosa ha scritto una antropologa americana (con patente di progressismo, neh) che si è occupata delle Alpi francesi.

“Visto l’interesse dello Stato nei confronti del patrimonio forestale, conveniva giudicare inadeguata le gestione contadina del territorio. Terreni a pascolo, terre incolte, brughiere e tutti quei terreni che i contadini consideravano pascoli potevano essere considerate come aree da riforestare e da proteggere dalla ‘devastazione’ delle greggi di pecore. Eserciti di guardie forestali invasero i villaggi per le loro campagne contro l’allevamento ovino. Ai contadini fu impedito di portare al pascolo le pecore e, talvolta, anche le mucche, nei soliti alpeggi. Negli anni Quaranta diminuì il numero delle greggi negli alti villaggi alpini e i contadini furono privati di uno dei loro principali strumenti di acquisizione di denaro e di partecipazione al mercato. Nel suo rapporto del 1841 un sottoprefetto del Brianzonese notava come la regolamentazione sull’uso delle foreste provocasse una crisi di sussistenza dovuta alla rapida diminuzione delle dimensione delle greggi […] La legislazione forestale non fu d’impedimento ai contadini soltanto nelle loro operazioni produttive e mercantili; fu una minaccia anche per le loro finanze. Gli agenti forestali avevano il potere, che spesso usarono, di comminare multe per importi incredibilmente alti.”

H.G. Rosengerg, Un mondo negoziato. Tre secoli di trasformazioni in una comunità alpina del Queyras, Carrocci editore/MUCGT, Roma/San Michele all’Adige (Tn), 2000, pp.119-120.

Ieri il forestalismo, oggi il lupismo (l'uso politico della scienza a favore degli interessi capitalistici)

Quello che vogliono oggi gli interessi sociali forti delle èlites urbane è lo stesso di quello che volevano nelle Alpi (francesi ma non solo) del XIX secolo. Acquisire il controllo del territorio espropriando le comunità locali, mettere le mani sulla montana ricca di risorse. L'acqua pura diventerà più preziosa del petrolio? L'energia da biomasse, solare, eolica, idraulica della montagna sarà sempre più concupita? Buone ragioni per togliere di mezzo qualsiasi presenza sociale organizzata in grado di intralciare un rapace colonialismo. Un secolo e mezzo fa si diceva che bisognava rimboschire le montagne devastate dal 'dissesto idrogeologico' sottraendole al pastoralismo. L'uso politico della scienza al servizio degli interessi capitalistici fu allora sbudorato. Mi sia concentito autocitarmi:
L’ing. Surell, un amministratore forestale, nel 1841, con la sua pubblicazione “Etude sur les torrents des Hautes-Alpes”, elabora la teoria del disboscamento provocato dagli incendi e abuso di pascolo quali fattori detrminanti dell’erosione e della torrenzialità. [Lo studio di Surell] “divenne la bibbia dell’Amministrazione Forestale Dipartimentale. Quello studio fornì le argomentazioni per sottrarre ai montanari la gestione delle foreste provando come gli usi comunitativi di pascolare le greggi nelle foreste, oltre al taglio e alla pulizia dei boschi, avessero favorito un incremento delle alluvioni che nei due secoli precedenti avevano eroso grandi aree delle foreste delle Hautes-Alpes”. Le tesi di Surell ebbero notevole risonanza e dopo il 1860 vennero fatte proprie da illustri geografi e forestali. La loro confutazione da parte di diversi studiosi, che misero in evidenza . come la minor copertura dei versanti mediterraneo e meridionale delle Alpi rispetto a quello settentrionale fossero da mettere in relazione a condizioni di suolo e di clima, non impedì che esse godettero nel corso del XIX secolo di grande credito, costituendo un esempio paradigmatico dell’uso politico della Scienza.
Va anche osservato che le posizioni del forestalismo alla Surell permangono tutt’oggi nell’impronta ideologica di tanta letteratura forestale e botanica che imputa alle “dissennate pratiche” di gestione [...] La Rosemberg nel suo classico lavoro sul Queyras, ha colto con parole di grande efficacia il i termini politici e sociologici della questione [sono quelle riportate all'inizio di questo articolo] .Ciò che avvenne in Francia si verificò, in tempi molto più diluiti e con conseguenze meno drammatiche (in termini di emigrazione forzata e spopolamento), anche nelle Alpi italiane, dove l’apparato dello stato centralizzato si costituì più tardi e non restò senza conseguenze neppure nel paese meno centralista delle Alpi: la Svizzera Qui il “forestalismo scientifico”, con i suoi connotati autoritari, determinò l’introduzione di significative limitazioni all’autonomia cantonale e comunale, creando uno spazio per l’applicazione coercitiva di misure centralistiche “federali”.

(M.Corti, Risorse silvo-pastorali, conflitto sociale e sistema alimentare: il ruolo della capra nelle comunità alpine della Lombardia e delle aree limitrofe in età moderna e contemporanea in: SM Annali di S. Michele, 19, 2006, pp. 235-340).
Le biopolitiche di controllo del territorio sono funzionali al potere centralista e all'indebolimento delle identità etnoculturali e delle comunità

Ci vuole poco a capire che oggi i 'grandi predatori' hanno sostituito la 'riforestazione' come pretesto naturalistico e scientifico per imporre un nuovo, più radicale controllo economico, sociale, politico e culturale sulle Terre alte, viste come una 'colonia interna' da sottomettere e sfruttare. La scienza, in questo caso, non solo non è stata neutrale dal punto di vista economico (essendo funzionale agli interessi capitalistici, contro gli interessi deboli della ruralità alpina) ma non lo è stata nemmeno sul piano politico. Le politiche 'della natura' sotto il loro camouflage nascondono precise motivazioni politiche. Quello che Berna non è riuscita a strappare ai cantoni, ai comuni in campo aperto, è riuscita a farlo con la pretesa necessità tecnica e scientifica delle misure forestali, vero grimaldello per scardinare la costizuzione reale del paese in senso centralistico.

Più in generale i Parchi nazionali, le regole sull'utilizzo del territorio sono state in molti paesi giocate contro le minoranze etnolinguistiche, per scardinare le fonti delle loro autonomia economica, per sottomettere alla regolazione di agenzie e organismi centralistici con la finalità di svuotare anche l'anima, l'identità etnoculturale delle popolazioni rurali e montane. Tutti questi 'agenti' veicolano culture cittadine, 'nazionali', 'globali' finalizzate a sradicare le comunità locali dal loro stesso territorio. Un gioco sin troppo scoperto. Al quale le autonomie hanno reagito, associando queste politiche 'della natura' con il centralismo. Basti vedere come gli orsi in Francia sono diventati gli orsi 'di Parigi' e come l'insofferenza per Convenzioni e Direttive che impongono la reintroduzione dei predatori senza poterli tenere a bada sono in diversi paesi viste come un 'regalo di Bruxelle' che alimenta l'avversione all'eurocrazia.

Perchè lo fanno?

Gli scienziati e i sedicenti tali sono sempre ben disposti a prestarsi a queste operazioni al servizio del potere. In cambio di finanziamenti di progetti, posti fissi ben pagati, cattedre, consulenze, realizzazione di piccoli 'feudi' quali riserve naturali, parchi, centri dei grandi carnivori ecc. ecc. Ma non solo. Sarebbe riduttivo pensare che i fautori della reintroduzione dei grandi carnivori siano mossi solo da queste motivazioni venali. In loro, come nei forestali (ottocenteschi e novecenteschi), come negli agronomi sovietici, c'è una bramosia di potere, di proiezione, di autoaffermazione. Il potere di cambiare la geografia, di spostare masse umane, di trasformare il territorio; la vertigine prometeica e superominista di forgiare natura e società, di sentirsi esseri superiori in grado di condizionare la vita di masse umane, reputate amorfe e 'inferiori'. È una storia che viene avanti dall'illuminismo, dal giacobinismo (che in Francia ha fatto radici profonde). Che si è espressa in modo tragico con collettivizzazione forzata dell'agricoltura sovietica causa di immani carestie e di distruzione della fertilità del 'granaio d'Europa'. Una storia che ha una costante: la mistificazione sistematica, la manipolazione di dati e fatti in forza di un sentimento di una superiorità intellettuale e morale che giustifica tutto in nome dei propri fini, assolutizzati.

Una costante: l'ipocrisia

In Ucraina nel 1932-33 morirono sette milioni di contadini in seguito alla carestia provocata dalla requisizione di tutte le scorte alimentari da parte dei comunisti. Era lo ‘sterminio per fame’ , l’holodomor voluto da Stalin e dai suoi. Ma i corrispondenti del New York Times, da bravi ‘progressisti’ filocomunisti scrivevano “Non c’è una vera fame né vi sono morti per fame, ma c’è una larga mortalità da malattie dovute a denutrizione”. (E. Lyons, La stampa camuffa una carestia, 1937, cit. da F. Argentieri ‘Robert Conquest e “The Harvest of Sorrow” Come fu rotta la congiura del silenzio. Presentazione a R. Conquest, Raccolto di dolore, Edizioni Liberal, Roma, 2004, pp. VII-XXIII.

Oggi, per lo più, il conformismo intellettuale impedisce che il pensiero omologato, con la patente progressista, politicamente corretta, ambientalista, possa essere messo in discussione. E anche a destra ci si adegua. Nel '68 vi era una frangia intellettuale che grazie all'etichetta 'progressista' e di sinistra aveva potuto contestare l'autoritarismo, la tecnocrazia, l'uso politico della scienza al servizio del capitalismo. Nulla di ciò è rimasto. A contestare l'ortodossia si diventa eretici. Solo pochissimi intellettuali osano proferire parole non in sintonia con il credo ambientalista, parchista (penso a Paolo Rumiz, a Giorgio Conti).

Il pensiero dominante consiglia, se proprio vi piacciono i contadini e i pastori, di adottate (a debita distanza) quelli dei paesi 'poveri'; ma non rompete le scatole a voler difendere i contadini e i pastori nostrani. Non sono mica compañeros campesinos, magari sono anche attaccati a localistiche identità culturali e linguistiche non sempre raccomandabili... (e qui l’irresistibile tendenza della sinistra a dare pagelle di ‘buoni’ e ‘cattivi’ non può fare a meno di riemergere). Paradossalmente mentre il ‘cibo contadino’ è oggetto di quasi unanime e superficiale consenso, mentre si celebrano con ondate successive di revival rurali le perdute e pericolanti civiltà contadine, prosegue – con consenso altrettanto trasversale ed esteso – la pulizia etnica di contadini e pastori fatta di regole ‘igieniche’, burocrazia, sovvenzioni dirottate all’industria camuffata da agricoltura, Parchi, Sic, Zps, Riserve, Reti 2000 e… come ‘soluzione finale’ le care bestiole per le quali le pulsioni affettive sono istillate senza distinguere troppo tra animali in carne, ossa, pelo, artigli e zanne e un peluche (vedasi le campagne del WWF “adotta un cucciolo riceverai un peluche”. Così la confusione tra Winnie Pooh e un bestione che ammazza un cavallo con una ‘carezza’ è completa.

In Francia vi è una maggiore autonomia politico-culturale rurale

Sfortunatamente poi non siamo in Francia dove sì lo stato giacobino ha martellato, ma dove la ruralità ha avuto sempre una sua cittadinanza, sia pure sotto controllo e funzionale ai fini delle costruzione di un nazionalismo di massa. In Italia destra e sinistra sono sempre state unite dal disprezzo antropologico per la dimensione rurale considerata al massimo con compiacenza paternalistica fin tanto che resta confinata, beninteso, in unadimensione folklorica e gastronomica. In Francia è la Confederation paysanne (di sinistra) in prima fila a contestare la reintroduzione dei grandi predatori e a giustificare il bracconaggio come atto di resistenza sociale; in Francia si parla apertamente di eco-fascismo e di eco-pouvoire. Niente di ciò in Italia dove, se osi spezzare una lancia a favore dei rurali sei stigmatizzato. Il potere urbano e inossidabile e riesce a far passare per democratico, ecopacifista ciò che è agli antipodi.
Così la pecora e il pastore passano per prevaricatori prepotenti e il lupo e i suoi sponsor per delle vittime.

Perennemente a rischio di estinzione?

Sempre della serie delle mistificazioni semantiche senza pudore tocca sentire che "in Piemonte il lupo è a rischio di estinzione". Ma come se non c'era più da un secolo, se ha colonizzato tutte le valli di Cuneo e di Torino, se è proseguito in Val d'Aosta, se fa capolino anche in val Sesia e in Ossola? Se i branchi continuano ad aumentare? Cosa significa "pericolo di estinzione" riferito a una specie che non c'era più e che sta colonizzando baldanzosamente il territorio? Come si fa ad essere così farisei? Eppure su La Stampa Giuseppe Canavese vice-direttore del Parco delle Alpi Marittime (la centrale del lupo) ha avuto l'aridire di sostenere che "il lupo in Piemonte è ancora al di sotto del numero minimo". "Minimo per chi". Chi ha stabilito che per ogni km2 ci devono essere tot lupi? Chi ha stabilito che il lupo deve ricolonizzare tutto l'arco alpino se non le lobby autoreferenziali ammantate di scientificità (ma pronte a piegare i dati alle loro convinzioni ideologiche come è avvenuto per la sottovalutazione numerica delle presenza del lupo in Italia, giustificata dalla necessità di tutulare una specie ancora "in pericolo".

E se qualcuno osa obiettare che c’è una questione di equità sociale, con i pastori costretti a vivere come secoli fa per difendere le pecore e i fan del lupo che se ne compiacciono seduti in poltrona in case riscaldate, passa per reazionario, antidemocratico. Il partito del lupo è sostenuto da lobby potenti a livello internazionale e da una opinione pubblica abilmente manipolata dalla propaganda. Così si ottiene il duplice vantaggio della manipolazione del consenso e della promozione di un 'consumismo verde' fatto di riviste patinate, dvd, ecc.
Una strategia ben orchestrata

La lobby dei grandi carnivori da anni persegue una politica di manipolazione dei media che consente di avere in ogni redazione o quasi (compresi i quotidiani locali) dei referenti in grado di ‘addolcire’ o censurare le notizie sgradite e di passare ed enfatizzare quelle atte ad implementare la simpatia del pubblico per la reintroduzione dei grandi carnivori. Le istruzioni su come manipolare i media, anestetizzare i contadini e i pastori sono contenute persino in progetti finanziati dall’Unione europea. A conferma della forza di queste cerchie (WWF e dintorni). Praticamente il cliché è uguale in tutto il mondo: nella prima fase della reintroduzione (spontanea o ‘aiutata’ da lanci illegali) la preoccupazione dei lupofili (orsofili e lincio fili) è quella di evitare a tutti i costi che si sappia qualcosa. In questa fase le organizzazioni nazionali e internazionali consigliano a quelle locali di “tenere un basso profilo”. In un ‘campo’ tenutosi in Piemonte lo scorso anno si raccomandava ai membri del WWF in Lombardia di evitare qualsiasi clamore sul lupo. Ciò a differenza del Parco delle Orobie bergamasche che da tempo sbandiera come un trionfo la presenza di diverse femmine e l’avvenuta formazione di piccoli branchi. Il WWF ha una visione più strategica, il Parco deve giustificare le spese e la presa in forza di una esperta orsolupologa.
La tattica dei due tempi e quella del carciofo

I lupi all’inzio non si fanno notare perché le prede selvatiche sono sufficienti. Poi quando la presenza è consolidata e i danni si fanno sensibili si passa alla fase due: ormai il lupo c’è, è una benedizione del cielo e bisogna tenerlo e rispettarlo come un dio: i pastori si rassegnassero e si equipaggiassero con mute di cani, reticolati ecc. Chi non gradisce assoggettarsi alle misure di ‘protezione delle greggi’ cambi mestiere. La forza del partito del lupo consiste in un coordinamento mondiale, la debolezza dei pastori e dei montanari nella mancanza di reti, di contatti di organizzazione. Facendo conto su quest’ultima il partito del lupo persegue la strategia del carciofo (anch’essa appresa, come le tecniche di disinformatzia e di propaganda, dai regimi e dalle ideologie totalitarie e dalle loro tristemente famose polizie segrete: Gestapo, Gpu, Ceka, Kgb, Stasi).

La tattica del carciofo consiste nell’impedire che si formi una massa critica di resistenza contadina-pastorale-montanara. Nelle valli dove il lupo (e l’orso) non ci sono ancora si deve evitare il più possibile di parlarne. Non è un caso che i media nazionali osservino una rigida censura (con poche eccezioni) anche su episodi di una certa gravità che hanno coinvolto ‘incontri ravvicinati’ e spiacevoli tra orsi e umani. Dove la presenza dei grandi predatori è incipiente la cautela del partito che sostiene la loro diffusione si fa ancora più forte. La consegna è: “Dare sempre la colpa ai cani finché le prove della presenza dei lupi non possono essere più nascoste”. Una tattica applicata dall’Emilia al Piemonte con le stesse modalità. Quando la presenza dei predatori è consolidata e ormai conclamata allora si passa alla strategia delle minimizzazione dei danni e dei rischi “Da duecento anni non ci sono episodi che coinvolgono l’uomo”. “Gli orsi/lupi non attaccano mai l’uomo”. Balle raccontate in perfetta malafede da gente consapevole di ingannare il prossimo ma che si sente ‘superiore’, che si sente alfiere di una causa ‘superiore’. La plebe non vale nulla e non capisce nulla, balla più balla meno… Agli allevatori e ai pastori si racconta che la convivenza è possibile. L’ipocrisia semantica tipica degli ‘unti del signore’ è lampante. Per ‘convivere’ è necessario che due soggetti decidano autonomamente di farlo. Il lupo non è soggetto consapevole e quindi non può né desiderare, né non desiderare di convivere con le pecore e i pastori. Ad esso interessa riempirsi la pancia nel modo più comodo e meno rischioso. Ma l’altro soggetto, sino a prova contraria è in grado di esprimere un assenso volontario o consapevole. Anche se forse gli intellettuali urbani – che hanno sempre dipinto il rurale come mosso da puri istinti animali, individualisti, utilitaristi - dubitano ancora che il contadino e il pastore abbia una coscienza della stessa qualità della loro. Questa storia della ‘convivenza con il lupo’ assomiglia maledettamente a quella dei contadini "che non morivano di fame ma di denutrizione". La scuola è sempre quella.

"Gli altri pastori hanno imparato a convivere, fatevene una ragione"

I lupofili poi contano sulla rassegnazione, sul fatto che i pastori 'gettino la spugna'. Così mentre nelle valli dove il lupo non c'è ancora o c'è ma è tenuto in sordina la gente non ha stimoli per mobilitarsi, in quelle già ben colonizzate dal lupo cade nella rassegnazione. Le sole valli nella fase critica, quando la presenza del lupo diventa una tragica realtà da sole non fanno massa, la loro voce, per quanto esasperata non ha la potenza di arrivare ai palazzi. Un altro aspetto 'classico' della strategia della setta del lupo (ma sono cose che valgono anche per l'orso) consiste nel sfruttare le difficoltà di contatti tra gli ambienti rurali di diversi stati e persino regioni. In Lombardia ai pastori gli ambientalisti raccontano che "in Piemonte i pastori hanno adottato i mezzi di difesa e non hanno più molti problemi". In Svizzera raccontano che in Italia c'è una idillica convivenza tra lupi e pecore. In Italia raccontano che i Francesi, grazie a ricchi risarcimenti, si sono 'calmati'. E via discorrendo.

Menzogne pianificate a freddo e cinicamente, da "scuola del male".

Ultimamente, però, in Piemonte (ma non solo) le cose stanno cambiando. Le valli stanno prendendo coscienza che ci si può opporre alla strategia della setta del lupo e la politica ha registrato il grido di dolore. Le voci contro la politica autoritaria e tecnicartica di imposizione della presenza del lupo cominciano a filtrare nel dibattito pubblico. E tra i i lupologi, lupofili, lupomani che credevano nella lotro superiorità intellettuale di sentirsi invincibili un po' di nervosismo comincia a serpeggiare.

Una musica già suonata

Oggi fanno alla bisogna gli orsologi, i lupologi, in passato i forestali. Ma le storie sono del tutto parallele. Nel XIX secolo l'anatema contro i contadini e pastori alpini 'deforestatori' (in realtà le responsabilità erano delle industrie siderurgiche e della speculazione, ovvero da parte di interessi urbani) venne lanciato a Nord, come a Sud, a Est come a Ovest delle Alpi. Non importa se le condizioni pedologiche e climatiche fossero radicalmente diverse (per non parlare di quelle economico-sociali). La capra (e in parte la pecora) erano i colpevoli e la 'medicina' era la riforestazione. Oggi la 'medicina' taumaturgica è la reintroduzione delle fiere, dei grandi carnivori. Anche in questo caso ci si attende un miracoloso riequilibrio ambientale, un assunto dato per scontato quale dogma. In realtà i nostri orsolupologi sanno benissimo che la storiella del 'vertice della catena alimentare è buona per i bambini. Gli habitat dove si trovano le prede selvatiche che il lupo e l'orso dovrebbero 'mantenere in equilibrio' sono i più diversi e poi c'è la frammentazione ecologica che inficia il quadretto 'teorico' dei nostri mistificatori. Ci sono situazioni dove per influenze antropiche difficilmente eliminabili (facile è togliere i pastori, meno le autostrade, le Tav volute dagli stessi interessi capitalistici che benedicono la presenza dell'orso e del lupo) le prede vengono a trovarsi in condizioni di difficoltà (in qualche caso anche di vantaggio) di modo che in un caso la predazione può determinare una pericolosa contrazione demografica mentre nell'altro non incide minimamente sulle dinamiche di popolazione.

La mistica del 'riequilibrio biologico ad opera del grande predatore'

Il non automatismo del controllo dei predatori sugli erbivori selvatici vale anche in condizioni 'naturali', a maggior ragione in condizioni che naturali non sono e non lo torneranno mai perché non esiste una ‘natura’ a prescindere dall’uomo che dell’ecosistema è parte integrante (a volte sin troppo preponderante, solo che sono ben altri i terreni dove l’uomo deve ridurre la sua impronta e distruggere il pastoralismo va in direzione opposta a quella di un recupero di un rapporto meno distruttivo con il resto della biosfera) . Basti pensare alle centinaia di piante spontaneizzatesi in Europa dopo il neolitico, alle specie animali ad esse associate. Quanto è ‘innaturale’ il concetto di naturalità dei ‘naturalisti’. A parte le interpretazioni su cosa è ‘naturale’ e cosa è ‘antropico’ resta il fatto incontrovertibile che prede e predatori frequentano quartieri estivi e quartieri invernali. In nche se i pascoli estivi venissero del tutto riconsegnati al folle disegno di ‘ritorno alla wilderness’ l’interazione prede-predatori avverrebbe sempre nei quartieri invernali dove questi ultimi l'impatto antropico e senz'altro più forte e dove, date le condizioni stagionali, la sopravvivenza delle prede è potenzialmente più a rischio. Una volta abbandonata la pastorizia il 'gioco in condizioni teoriche' dell'equilibrio prede-predatori può sempre saltare quindi in inverno. E salterebbe anche qualora i fondovalle venissero desertificati perché il totale abbandono delle attività agropastorali comporterebbe una drastica riduzione delle risorse trofiche per le popolazioni di erbivori selvatici. L’abbandono di ogni coltivazione agricola comporta la riduzione della presenza di formazioni vegetali miste, di fasce ecotonali per lasciare il posto a una compatta e monotona copertura forestale poco adatta al sostentamento degli animali erbivori specie nelle stagioni critiche quali la primavera. Il deserto verde auspicato dal WWF (che protesta per ogni pianta tagliata e non lasciata marcire sul posto consentendo il ritorno della foresta vergine) non è un paradiso per la fauna autoctona che ha sempre prosperato grazie all’uomo che ha dal mesolitico ‘facilitato’ la diffusione dei cervidi (si tratta di conoscenze ecologiche ed eco storiche di base ma che i nostri amici naturalisti fanno finta di ignorare). Cosa succederebbe con una montagna abbandonata? Che gli erbivori selvatici scenderebbero in pianura e i lupi dietro di loro. Il cervo che ha fatto irruzione in un negozio del centro di Bolzano tre anni fa e i cinghiali a passeggio per le strade di Genova (ma anche di località piemontesi) sono solo l’avvisaglia di questo fenomeno. Un fenomeno, però, che non è compatibile con il comodo gioco alla wilderness in cui, tanto, ci rimettono quei trogloditi dei pastori.

Vorrei tanto che i lupologi, lupofili, lupomani si trovassero un lupo nel giardino di casa della villetta suburbana. Ma a questo punto il gioco lo farebbero finire gli interessi economici forti che oggi lisciano il pelo all’ambientalismo grazie alla oggettiva convergenza di interessi. Ribadisco oggettiva perché non si strumentalizzi quanto da me asserito trasformando nella caricatura di lupologi direttamente pagati dai biechi capitalisti speculatori desiderosi di mettere le mani sulla montagna. .

Ci hanno già provato a caricaturalizzare le mie posizioni ma li invito – nuovamente – a trovare argomentazioni più serie contro le mie".


Seguono passi tratti dal sito www.regione.piemonte.it/parchi/lupo , utili a presentare il punto di vista della Regione Piemonte.

"Interreg II Italia-Francia 94-99 Programma operativo Plurifondo Misura 4.2 di Gianni Boscolo

"Il lupo in Piemonte: Azioni per la conoscenza e la conservazione della specie, per la prevenzione dei danni al bestiame domestico e per l'attuazione di un regime di coesistenza stabile tra lupo e attività economiche"
Mai gridare al lupo, la convivenza é possibile. Con questo obiettivo la Regione Piemonte (in collaborazione con diversi altri partner) ha attivato con i fondi comunitari un progetto dedicato al ritorno del lupo sulle Alpi occidentali. Scopo del progetto, che si svilupperà nel corso di un triennio (1999-2001), è la conoscenza della realtà del ritorno di questo predatore e l'acquisizione di strumenti per una corretta gestione della specie. Alla conclusione delle ricerche infatti verrà elaborato un piano che avrà lo scopo di contenere l'impatto e nel contempo salvaguardare questa specie protetta. Il progetto, il cui coordinatore scientifico è il professor Luigi Boitani dell'Università La Sapienza di Roma, si svilupperà in sintonia con il progetto LIFE, Grandi Carnivori, già avviato dal WWF Italia e con altri progetti similari in corso in Francia dove il problema é egualmente presente.

Alla ricerca verrà affiancata la prevenzione che prevede uno studio dell'interazione del lupo con la pastorizia e interventi pilota per testare strutture idonee alla difesa del bestiame. Infine é prevista un'ampia iniziativa informativa rivolta alla popolazione residente, alle scuole, ai turisti, delle due province interessate (Cuneo e Torino), ai cacciatori, agli allevatori. Il progetto prevede anche la realizzazione di materiali informativi e divulgativi.

L'interreg é stato finanziato con un miliardo e 70 milioni dei quali 267 milioni sono stati investiti dalla Regione Piemonte. Per la ricerca verranno investiti 519 milioni (pari al 49% dell'intero badget), 189 milioni (17%) per il coordinamento scientifico e la collaborazione internazionale, 142 milioni per la prevenzione (il 13%) e infine, 220 milioni (il 21%) per la comunicazione.

Dal giugno 2003 al giugno 2004, accanto alle azioni di monitoraggio e ricerca sul lupo, si è sviluppato uno studio che ha incentrato la sua attenzione proprio sulla comprensione degli atteggiamenti delle Comunità locali nei confronti del lupo.

Nell'indagine sono state prese in considerazione le seguenti categorie:

• popolazione residente (>18 anni) nelle Comunita' Montane incluse nell'area di studio: 858 (di cui 421 in provincia di Cuneo e 431 in provincia di Torino);

cacciatori: i soci dei 4 Comprensori alpini di caccia del cuneese e dei 2 Comprensori del torinese inclusi nell'area d'indagine: 220 (di cui 114 in provincia di Cuneo e 106 in provincia di Torino);

allevatori soprattutto di ovi-caprini: che alpeggiano nell'area di studio con particolare riferimento a coloro che avevano già subito attacchi da parte dei lupi negli anni passati: 38 (di cui 21 in provincia di Cuneo e 17 in provincia di Torino);

ambientalisti: soci del WWF (>18 anni) che hanno il massimo grado di affiliazione all'associazione: 80 (di cui 37 in provincia di Cuneo e 43 in provincia di Torino);

studenti: alunni di terza media (13-14 anni) delle scuole presenti nell'area di studio: 294 (di cui 133 in provincia di Cuneo e 161 in provincia di Torino).

Totale delle persone coinvolte 1486
Risultati

Popolazione residente

• Sostanziale uniformità (70%) tra le risposte della popolazione residente in Provincia di Cuneo e di Torino, decisamente favorevole alla conservazione della specie sul territorio.

• Più del 50% pensa che il lupo debba rimanere completamente protetto in Piemonte

• Per quanto riguarda la conoscenza del lupo e della sua biologia, la maggioranza degli intervistati non sa rispondere

• Permane nella popolazione residente un certo grado di timore sulla pericolosità dei lupi nei confronti dell'uomo

• Nonostante il suo valore ecologico importante, la maggioranza della popolazione non considera affatto che il lupo possa costituire una risorsa per le attività turistiche della zona

• Una gran parte della popolazione ritiene che i lupi causino molti danni al bestiame domestico e che sia giusto rimborsare i danni agli allevatori che subiscono perdite di bestiame a causa del lupo

Cacciatori

• Tra i cacciatori emerge una decisa avversione nei confronti del lupo

• La presenza del lupo viene considerata un fattore estremamente negativo, sia per quanto riguarda l'impatto sulle popolazioni di ungulati selvatici che per quanto riguarda l'impatto sugli ungulati domestici

• È necessaria una politica di contenimento della popolazione di lupo

• È consistente la percentuale di coloro che pensano che la specie andrebbe completamente eliminata

• La conoscenza della biologia del lupo non risulta essere il fattore che determina l'atteggiamento negativo nei confronti del lupo

• Il ritorno del lupo sull'arco alpino è, secondo loro, legato ad un'opera di reintroduzione della specie

Sostengono che i danni causati dal lupo andrebbero rimborsati dalla Regione, proprio perché ritengono che debbano pagare coloro che hanno reintrodotto i lupi

Allevatori

• Insieme ai cacciatori, gli allevatori costituiscono la categoria che ritiene la presenza del lupo un fattore completamente negativo

• La presenza del lupo viene vissuta come un impedimento e un ostacolo allo sviluppo dell'attività zootecnica

Soci WWF

• Tra i soci del WWF prevale ampiamente una visione molto positiva della presenza del lupo: come specie da conservare per le future generazioni, come fattore di equilibrio per le popolazioni di ungulati selvatici che non provoca molti danni al bestiame domestico

• In questa categoria è molto elevata la percentuale (40% circa) di coloro che ritengono che il lupo sia stato reintrodotto in Piemonte

• Anche tra i soci del WWF, il lupo non viene considerato una potenziale risorsa per il turismo

Studenti

Tra gli studenti, sebbene prevalga un atteggiamento sostanzialmente positivo nei confronti del lupo colpiscono due aspetti principali:

• il tasso più elevato di coloro che si dichiarano indifferenti o non sanno rispondere

• La conoscenza della specie risulta la più bassa in assoluto

• In sostanza risulta ancora molto forte una visione , potremmo dire quasi "fiabesca" dell'animale

In questo studio viene evidenziato come l'atteggiamento negativo nei confronti del lupo non sia correlato con il livello di conoscenza o di esperienza nei confronti della specie, bensì abbia una dimensione simbolica che trascende le questioni biologiche".

Il Progetto Regionale "Il lupo in Piemonte" Risultati 1999-2010 è scaricabile da www.regione.piemonte.it/agri/osserv_faun/seminari/dwd/marucco.pdf

 
 
Segue, non da ultimo, la voce di un abitante della montagna:

Difendo la mia libertà
Caro Lorenzo Mondo, il suo articolo “io preferisco tutelare i lupi” su La Stampa del 17 luglio 2011 chiarisce bene come da fuori ci si pone nei confronti della questione montana: un approccio di tipo coloniale.
Lei parla di ecosistema, ma prima di tutto occorre metterci d’accordo sui termini: intendiamo un ambiente che pone la centralità sull’uomo che lo vive o su tutto deve prevalere una natura incontaminata?
Penso che il suo ecosistema non sia il mio, le valli alpine non sono una zona deserta, sono state abitate da sempre e sono state modellate a misura d’uomo, cosa che non è avvenuta a valle.
Un equilibrio antico ora sta crollando sotto attacchi di interessi esterni, siamo ormai assediati dalla foresta, ripopolamenti inconsiderati hanno riempito le valli di animali di cui noi non sentivamo la mancanza, per i nostri giovani accedere alle scuole superiori è il più delle volte impossibile, siamo esclusi dai processi decisionali che ci riguardano, la legge nazionale per la montagna giace per lo più inapplicata….l’unico interesse rimasto nei nostri confronti riguarda lo sfruttamento delle residue energie rinnovabili, si sta grattando il fondo.
Caro Lorenzo Mondo, la “questione montana”riguarda uno dei fondamentali delle civiltà occidentale, riguarda la libertà perché qui non si tratta di difendere o meno il lupo, per i montanari è in gioco la possibilità di continuare a vivere o meno il monte.
Sotto attacco è la nostra libertà e qui la questione si fa dura.
Per quanto riguarda il lupo la presunzione della 'convivenza possibile' tra predatore e animali in alpeggio è un assunto ideologico, aggiungiamo poi che quassù da tempo non è più possibile l’agricoltura, una fauna aliena lo impedisce, rimaneva ancora possibile l’allevamento, ora anche questo va ridiscusso, l’alpeggio ovino sta chiudendo e tra breve sarà improbabile quello brado di bovini e equini.
Il confinamento notturno degli animali in recinti, i cani da guardiania, i dissuasori acustici, la gestione coordinata delle greggi fra più soggetti e chi più ne ha più ne metta sono alzate di ingegno improbabili.
Provate a gestire dei cani che difendono i greggi non dai lupi, ma da tutti, ignari turisti compresi, provate a salire quassù a piazzare un recinto da campo di concentramento su pendii e pietraie, provate cosa vuol dire la nebbia, la pioggia, le notti, salite per sotterrare cadaveri, provate a far quadrare costi e ricavi, provate o tacete.
Il lupo è lo specchio della vostra cattiva coscienza, per poter vivere in città asfittiche, in una pianura piena di capannoni, industrie, coltivazioni intensive che state sostituendo con panelli fotovoltaici, capisco che abbiate bisogno di una cornice verde di valli in cui sciacquare una coscienza sporca, ma per favore non fatelo a scapito di libertà altrui!
Pare quasi, per assurdo, che il problema in montagna non siano i lupi, ma la presenza dei montanari, ma tant’è che quassù c’è ancora qualcuno, basta far chiarezza su chi è il predatore e chi la preda.
Giusto e sacrosanto allora che l’ass.re Claudio Sacchetto si ponga il problema, sono completamente d’accordo con quanto sta facendo e conto che l’intera giunta regionale del Piemonte intervenga anche sulla gestione dei parchi regionali e su tutta la questione montana.
La nostra regione ha due anime, il Piè e il Monte, dobbiamo arrivare al più presto a un patto tra di esse, cerchiamo di trovare un punto di intesa, un luogo di discussione, a chi giova una contrapposizione, un conflitto tra città e contado, tra pianura e montagna?

Mariano Allocco
Via Roma 26
12028 Prazzo
Tel 335 7472434






giovedì 18 agosto 2011

VI convito Ripartiamo dal gusto











Georgiche, libro II – 458-494




O fortunati anche troppo, se solo conoscessero i loro beni, gli agricoltori! Per loro, spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi, la terra giustissima fa scaturire dal suolo facile sostentamento. Se l’alto palazzo dalle superbe porte non versa fuori un’onda immensa di salutatori mattutini da tutte le sue stanze; se non ammirano a bocca aperta battenti variamente intarsiati di bella tartaruga, vesti capricciose ricamate in oro e bronzi di Corinto, se la bianca lana non è adulterata con la porpora assira e l’uso dell’olio limpido non è guastato dalla cannella – ma invece una pace sicura e una vita che non sa di inganni , ricca di beni diversi , ma il riposo nei vasti poderi, spelonche, e laghi naturali e fresche vallate amene, e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero, tutto questo non manca. Lì balze e tane di animali selvatici, una gioventù resistente al lavoro e abituata al poco, culto per gli dei e venerazione per i genitori: fra loro la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra.

Certo vorrei, in primo luogo, che le Muse dolci sovra ogni cosa, di cui io porto le sacre insegne acceso d’amore immenso, mi accogliessero mostrandomi le vie del cielo e le stelle, le eclissi diverse del sole e i travagli della luna, l’origine dei terremoti, quale forza gonfi i mari profondi spezzando gli ostacoli per poi riportarli al loro livello, perché tanto si affrettino a bagnarsi nell’oceano i soli invernali, o quale indugio pesi sulle notti lente a trascorrere. Ma se il sangue, freddo intorno al mio cuore, impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura, il mio piacere sia nelle campagne e nei fiumi che irrigano le vallate, posso io amare, senza gloria, le selve e i corsi d’acqua. Oh, dove sono le pianure e lo Sperchèo e le cime del Taìgeto percorse in riti bacchici dalle vergini spartane!oh, chi mi porterà tra le gelide con valli dell’Emo e mi riparerà con l’immensa ombra dei rami! Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, il risuonare dell’avido Acheronte. Forse anche colui che conosce gli dei agricoli, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle.


Dal Manifesto sul futuro del cibo del movimento internazionale Slow food


<<La spinta crescente verso l’industrializzazione e la globalizzazione dell’agricoltura e dell’alimentazione mette in pericolo il futuro dell’umanità e il mondo naturale. Efficienti sistemi agricoli costruiti dalle comunità indigene locali hanno alimentato gran parte del mondo per millenni, mantenendo l’integrità ecologica e continuano a farlo in molte parti del pianeta. Ma oggi vengono rapidamente sostituiti da sistemi di monocolture e tecnologie controllati dalle multinazionali e orientati alle esportazioni . Questi sistemi di gestione a distanza incidono negativamente sulla salute pubblica, sulla qualità alimentare e nutritiva, sulle forme tradizionali di sussistenza e sulle culture indigene e locali, accelerando l’indebitamento di milioni di agricoltori e la loro separazione dalle terre che hanno tradizionalmente nutrito intere popolazioni, comunità e famiglie. Questa transizione aumenta la fame, i senza tetto, la disperazione ed i suicidi tra i contadini. Nel contempo degrada anche i sistemi su cui si basa la vita sul pianeta ed aumenta l’alienazione della gente dalla natura e dai legami storici, culturali e naturali degli agricoltori e di tutti gli altri dalle fonti di cibo e sussistenza. Contribuisce, infine, a distruggere le basi economiche e culturali della società, minaccia la sicurezza e la pace e crea un ambiente che favorisce la disintegrazione sociale e la violenza.

Gli interventi tecnologici, venduti dalle multinazionali come panacea per la soluzione di tutti i problemi di “inefficienza della produzione su piccola scala”, e presumibilmente come rimedio alla fame nel mondo, hanno avuto esattamente l’effetto opposto. Dalla Rivoluzione Verde, alla Rivoluzione Biotecnologia, all’attuale spinta all’irradiazione degli alimenti, le intrusioni della tecnologia industriale nei sistemi tradizionali e ne naturali di produzione locale hanno aumentato la vulnerabilità degli ecosistemi. Hanno prodotto l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo e stanno diffondendo un nuovo tipo di inquinamento genetico, da organismi geneticamente modificati. Queste tecnologie e monocolture sostenute e volute dalle multinazionali inaspriscono gravemente i cambiamenti climatici sul pianeta con la loro forte dipendenza dai carburanti fossili e l’emissione di gas nocivi e altre sostanze. Quest’ultimo fenomeno da solo – il cambiamento del clima – rischia di mettere a repentaglio l’intera base naturale delle produzioni agro-alimentari ecologiche, ponendo le basi di conseguenze catastrofiche nel prossimo futuro. In più, se si contano i costi sociali ed ecologiche le immense sovvenzioni necessarie, i sistemi di agricoltura industriale non hanno di certo aumentato l’efficienza della produzione. E non hanno nemmeno ridotto la fame: al contrario. Hanno comunque stimolato la crescita e concentrazione di pochi colossi multinazionali agrofinanziari che controllano la produzione globale, a danno dei produttori locali di alimenti, della disponibilità di cibo e della sua qualità, e della capacità di comunità e nazioni di ottenere l’autosufficienza negli alimenti strategici.

Le tendenze negative della seconda metà del secolo scorso sono state accelerate dai recenti regolamenti commerciali e finanziari redatti da burocrazie globali di istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale. Queste istituzioni hanno trasformato in leggi le politiche finalizzate a servire gli interessi delle multinazionali agricole facendo prevalere questi interessi su tutti gli altri, abolendo i diritti degli agricoltori e dei consumatori e riducendo in maniera drastica i poteri degli stati di regolamentare il commercio internazionale sulle loro frontiere e applicare i limiti adeguati alle proprie comunità. Per esempio, le norme dell’Accordo sui Diritti di Proprietà Intellettuale relativi al Commercio del Wto, hanno consentito alle multinazionali agricole di impadronirsi di gran parte delle risorse primarie di semi, alimenti e terreni agricoli a livello mondiale. La globalizzazione dei regimi di brevetto compiacenti con gli interessi delle multinazionali ha anche direttamente intaccato gli specifici diritti originari,tradizionali degli agricoltori, ad esempio quello di conservare i propri semi (…).

L’intero processo di conversione dalla produzione alimentare su piccola scala per le comunità locali, alla produzione specializzata su larga scala per l’esportazione, ha portato anche al declino di tradizioni, di culture, dei piaceri dei tanti generi di collaborazione e convivialità, associati per secoli ai circuiti locali di produzione e mercati comunitari, diminuendo l’esperienza della produzione alimentare diretta e le gioie, a lungo celebrate, di condividere gli alimenti prodotti a livello locale su terre locali.

Nonostante le considerazioni di cui sopra, c’è un numero crescente di motivi per essere ottimisti. Migliaia di nuove iniziative stanno fiorendo nel mondo per promuovere l’agricoltura ecologica, la difesa dei piccoli agricoltori, la produzione di alimenti sani, sicuri, culturalmente diversificati e la regionalizzazione della distribuzione, del commercio e della vendita. >>

Sicuramente le intenzioni iniziali del movimento internazionale Slow Food erano valide e nobili e lo sono ancora, probabilmente. Ci chiediamo solo perchè, dato che il movimento è nato proprio in Piemonte grazie a Carlo Petrini, la nostra agricoltura sia vittima lei medesima di tutti i monopoli internazionali e di tutte le multinazionali dell'agri-business come qualsiasi altro paese d'Europa e dei Paesi in via di Sviluppo.  La complessità è notevole, lungo il percorso, ma il mondo rurale contadino rimane comunque ai margini  e ancora oggi non è realmente rappresentato. Forse non abbiamo ancora toccato abbastanza il fondo per poter urlare e svelare il malumore profondo. Forse bisogna cominciare a pensare ad una NUOVA RIVOLUZIONE CONTADINA e come tale partirà dal basso.

In uno dei suoi primi libri  Buono, pulito e giusto Carlo Petrini conclude:

<<Sono un gastronomo.
No, non un mangione che non ha il senso del limite e gode di un cibo solo quanto più è copioso o quanto più è proibito.
No, non lo stolto dedito ai piaceri della tavola che se ne infischia di come un cibo è arrivato dal desco.
Mi piace conoscere la storia di un alimento e del luogo da cui proviene, mi piace immaginare le mani di chi l'ha coltivato, trasportato, manipolato, cucinato, prima che mi venisse servito.
Vorrei che il cibo che consumo non privi di cibo altri nel mondo.
Mi piacciono i contadini, il loro modo di vivere la terra e di saper apprezzare il buono.
Il buono è di tutti; il piacere è di tutti, poichè è nella natura umana.
C'è cibo per ognuno su questo pianeta, ma non tutti mangiano, Chi mangia, inoltre, spesso non gode, ma mette benzina in un motore. Chi gode, invece, spesso non si preoccupa d'altro: dei contadini e della terra, della natura e dei beni che ci può offrire.
Pochi conoscono ciò che mangiano e godono per tale conoscenza, fonte di piacere che unisce con un filo rosso l'umanità che la condivide (...).>>






 

giovedì 11 agosto 2011

OGM, libera nos a fame









Georgiche, libro II – 315- 345

Nessun consigliere, per quanto saggio sembri, ti convinca a smuovere le terra quand’è irrigidita al soffio di Borea. Allora l’inverno tiene i campi bloccati nel gelo e non permette, se hai gettato il seme, che la radice congelata faccia presa nel terreno. La migliore semina delle vigne è quando, nella primavera rosseggiante, candido è giunto l’uccello odiato dalle lunghe bisce, o verso i primi freddi d’autunno, quando il sole impetuoso non tocca ancora l’inverno con i suoi cavalli, ma l’estate ormai è andata. La primavera, appunto, giova al fogliame dei boschi, giova alle piante; a primavera è turgida la terra e desidera il seme generatore. Allora il Padre onnipotente con piogge fecondatrici discende, L’Etere, nel grembo della sposa lieta, e grande, congiunta al grande corpo di lei, tutte le creature vivifica. Remote macchie allora echeggiano di uccelli canori e ritornano a Venere, in quei giorni determinati, gli armenti; partorisce il campo produttore di vita e i maggesi aprono il grembo ai tiepidi soffi di Zefiro; una tenera linfa abbonda in tutti; al rinnovarsi del sole i germogli osano affidarsi senza paura, e il pampino non teme la levata degli Austri o l’acquazzone che le forti tramontane sospingono giù dal cielo, ma spinge fuori le gemme e dispiega tutte le sue foglie. Non altri, potrei credere, erano i giorni che brillarono alla prima genesi del mondo nascente, non diverso il loro andamento: primavera fu quella, primavera viveva il grande universo e gli euri trattenevano i loro soffi invernali, quando i primi animali bevvero la luce e la razza terrestre degli uomini levò il capo dai maggesi duri, e furono immesse le fiere nei boschi e le stelle nel cielo. Creature in tenera età non potrebbero sopportare quel travaglio se una pausa così ampia non trascorresse tra freddo e calura e la benevolenza del tempo non ristorasse le terre.
Orazio – Satira VI





Ricollegandoci al convito precedente possiamo continuare il discorso relativo all’agribusiness. Ogni tematica è collegata l’una all’altra. Il discorso degli OGM non è altro che la continuazione di discorso più ampio in cui i protagonisti sono sempre gli stessi, in cui il potere è sempre nelle mani di quei pochi ed è in gioco il destino del cibo globale.
Da “I semi della distruzione Agri-Business” di F. William Engdahl. Precisiamo che quest’ultimo è un esperto di geopolitica, economia e politica internazionale, energia e sicurezza alimentare. Consulente e docente universitario di economia ha lavorato come giornalista prima a New York poi in Europa.


Cap. VIII Il cibo è potere
<< Nel 1984, la Rockefeller Foundation iniziò la prima importante ricerca sulla possibilità di modificare geneticamente le piante a scopi commerciali. Decise di lanciare l’ambizioso progetto di mappatura del menoma del riso. Una volta partito il progetto, il “Programma Internazionale sulla Biotecnologia del Riso” (IPRB) decise di concentrare i suoi sforzi sulla creazione di una varietà di riso in grado di fornire la vitamina A ai bambini denutriti dei Paesi in via di sviluppo. Il riso rappresenta l’alimento base per oltre 2.4 miliardi di persone ed è coltivato e sviluppato dai contadini locali da più di dodicimila anni, in molteplici varietà, a seconda delle diverse condizioni climatiche. Il riso è stato sinonimo di sicurezza alimentare per la maggior parte dell’Asia, che produce il 90% del raccolto mondiale, principalmente in Cina e India. E’ un alimento fondamentale anche in Africa Occidentale e nelle regioni caraibiche e tropicali dell’America Latina. I suoi coltivatori hanno sviluppato molteplici varietà in grado di resistere alla siccità e ai parassiti e di crescere in condizioni climatiche inimmaginabili, e tutto questo senza l’aiuto della biotecnologia. Hanno dato vita ad un’incredibile biodiversità, con oltre 140 mila tipi differenti. La produzione asiatica fu uno dei primissimi obiettivi della “rivoluzione verde” che riuscì a distruggere tale biodiversità in un periodo di circa trent’anni, grazie alle cosiddette “varietà ad alta resa”, che hanno gettato il sistema produttivo continentale nel vortice del mercato globalizzato dei fertilizzanti, dei semi ibridi, dei pesticidi, della meccanizzazione, dell’irrigazione, del debito e della strategia commerciale disegnata dalle multinazionali occidentali dell’agribusiness.

Il centro strategico dell’operazione fu l’"Istituto Internazionale per la Ricerca sul Riso" (IRRI), creato dai Rockfeller. Con sede nelle Filippine; infatti nella sua banca dei geni era contenuto più di un quinto delle varietà di riso esistenti nel mondo, casa che gli permise di diventare il maggior veicolo di diffusione della “rivoluzione genetica” dei Rockfeller. Ogni genere di sementi per tali coltivazioni finì nei loro archivi. Ciò permise di assumere il controllo dell’incommensurabile tesoro rappresentato dalla variegata produzione asiatica di riso, con la scusa di “proteggerla”. L’ente venne posto sotto l’ombrello del “Gruppo Consultivo per le Ricerche Internazionali di Agricoltura” (CGIAR), creato per opera delle fondazioni Rockfeller e Ford, nel 1960, durante la “rivoluzione verde” in Asia. Questa organizzazione, che operava dal quartier generale della Banca Mondiale, a New York, era la stessa che controllava anche la banca dei semi in Iraq, prima della sua invasione.

Seguendo tale strategia, la Banca Mondiale, con il suo programma politico definito dall’establishment di Washington, entrò in possesso della chiave del patrimonio delle sementi dell’intera Asia. Oltre i tre quarti del riso americano geneticamente modificato, o del suo germoplasma, derivano direttamente dalle banche dei semi e una parte venne forzatamente esportata in Asia, sotto la pressione del governo di Washington, a seguito della quale i Paesi destinatari furono spinti ad eliminare le barriere doganali nel settore alimentare.

A quel punto, l’IRRI divenne lo strumento preferito di cui le multinazionali dell’agribusiness – come la Syngenta e la Monsanto – si servivano allo scopo di conquistare la fiducia iniziale dei contadini asiatici, per poi impossessarsi, illegalmente, dei semi contenuti nella propria banca che, una volta arrivati ai loro laboratori, venivano geneticamente modificati e registrati come proprietà intellettuale esclusiva. La “Organizzazione Mondiale del Commercio” (WTO), creata nel 1994 introdusse un nuovo fondamentale accordo sugli “Aspetti Commerciali dei Diritti di Proprietà Intellettuale” (TRIPs), che permetteva alle aziende private, per la prima volta nella storia dell’umanità, di ottenere tali diritti anche sulle piante e sulle altre forme di vita.>>

Cap. IX Inizia la rivoluzione nella produzione alimentare mondiale

<

Nel 2004, il 48% dei terreni agricoli del Paese era dedicato alla coltivazione della soia, il 90-97% della quale era costituito dalla Roundup Ready della Monsanto; l’Argentina si era trasformata nel più grande laboratorio al mondo per esperimenti sulla diffusione di massa OGM.

Tra il 1998 e il 2003, gli allevamenti vennero dimezzati; così per la prima volta nella storia, si dovette importare il latte dall’Uruguay, a pressi molto più alti rispetto a quello prodotto internamente. Mano a mano che la monocultura di soia allontanava forzatamente i contadini dalle loro terre, aumentavano la povertà e la malnutrizione.>>

 
Cap. XII Grano “Terminetor”, “Traditore” e “Spermicida”

<Questo significava che i contadini, qualora avessero cercato di conservare dei semi dai raccolti precedenti, non avrebbero ottenuto alcuna pianta da essi. Piselli, pomodori, peperoni, frumento, riso o grano erano diventate sostanzialmente delle varietà senza eredi. (…)

I “terminator” di grano, soia o cotone erano geneticamente modificati in modo che si “suicidassero” dopo il raccolto; infatti producevano una tossina, appena avevano germogliato, grazie alla quale gi embrioni si autodistruggevano. (…)

L’evidente strategia della Monsanto, della DuPont, della Sygenta e del governo statunitense che le appoggiava, era quella di introdurre i semi OGM in ogni angolo del pianeta, dando la priorità ai Paesi africani e, in generale, a quelli in via di sviluppo, maggiormente indifesi e indebitati, oppure ai Paesi come la Polonia e l’Ucraina, in cui vi erano controlli governativi minimi e, contemporaneamente, una corruzione dilagante. Una volta piantati, quei semi si sarebbero diffusi rapidamente nei terreni; successivamente, le multinazionali, minacciando di applicare le sanzioni della WTO, si sarebbero trovate in una posizione di controllo totale, rispetto alle risorse alimentari, delle zone maggiormente produttive del Pianeta; situazione, questa, che avrebbe consentito loro di decidere chi avrebbe avuto di che nutrirsi o no; in termini tecnici tale potere venne definito “potere di rifiuto strategico”. Un Paese rivale, o un nemico potenziale, si sarebbe visto negare il rifornimento di una risorsa vitale – energia o cibo- o sarebbe stato minacciato di subire tale rifiuto, finché non avesse accettato di aderire ad alcune richieste strategiche e politiche. >>


L'argomento è di una complessità notevole. In questo incontro abbiamo avuto la restimonianza di un turista Belga, agronomo, che lavora per progetti internazionali e conferma la strategia delle multinazionali citate nel libro di Engdahl. Ormai produttori e consumatori non comunicano più; abbiamo lasciato che fossero degli 'altri' a procurarci il cibo e ora, banalmente, non sappiamo più se la lecitina di soia contenuta nella cioccolata che compriamo è geneticamente modificata o no.  Una biologa, sempre presente all'incontro, sostiene che, anche se l'Europa vieta la coltivazione di OGM, la contaminazione da OGM  è incontrollabile in quanto le merci di sementi non hanno controlli ferrei. Le biodiversità rischiano di scomparire.
Questi sono solo alcuni spunti di riflessione. Si parla tanto di Americhe e Paesi in via di Sviluppo, ma anche l'Europa ormai non è immune da questo sistema. Nessuno ne parla, ma nelle nostre pianure le Banche si stanno comprando la terra di contadini che non possono pagare più i mutui, i mangimifici si comprano il bestiame e assoldano i vecchi proprietari come nuovi "dipendenti" o meglio come nuovi "servi della gleba". I nostri nonni hanno comprato la terra perchè era fonte di sostentamento, ora la vendiamo perchè non abbiamo più tempo di coltivarci l'orto e allevare due galline  perchè il sistema ci porta da tutt'altra parte. Questo sistema possiamo cambiarlo con l'unico potere che ancora ci rimane: quello di scegliere cosa comprare e cosa no, domandandoci più sovente il perchè di ciò che succede. Basta iniziare.
Sono molte le riflessioni e le domande che sorgono dalla viva partecipazione agli incontri. Ringraziamo tutti per il prezioso contributo! Ognuno porta un pezzo della propria esperienza.





giovedì 4 agosto 2011

Il contadino chimico




Quarto convito 27 luglio

Il quarto mercoledì di luglio pioveva e sembrava quasi autunno. L’estate quest’anno sarà veramente breve. Non ci aspettavamo perciò un gruppo così numeroso e attivo di partecipanti.

Questa volta Virgilio racconta:

Georgiche, libro III 209-244

Ma nessun espediente serve meglio ad irrobustirli che tenerli lontani da Venere e dagli stimoli del cieco amore, sia che uno abbia a che fare con i buoi o preferisca allevare cavalli. E per questo si bandiscono i tori lontano, e in pascoli solitari, oltre l’ostacolo di un monte, al di là di larghe fiumane, o si custodiscono chiusi dentro, davanti a mangiatorie ricolme. Perché ne consuma le forze, poco a poco, e li infiamma la vista della femmina: perché non lascia che ricordino le foreste e l’erba, essa, appunto, con le sue dolci attrattive, e spesso costringe a duellare fra loro a cornate i suoi superbi innamorati.

Pascola nella grande Sila una bella giovenca: quelli alternandosi con violenza intrecciano una battaglia a colpi fitti; nero il sangue dilava i corpi, e le corna puntate verso l’avversario nella carica si urtano tra smisurati muggiti; rimbombano le selve e la distesa d’Olimpo. E non è costume che i duellanti vivano insieme in una stalla, ma lo sconfitto se ne va, esiliato, lontano in contrade sconosciute, lamentando a lungo l’onta e i colpi del superbo vincitore e poi l’amore suo, perduto senza vendetta. Guardando la stalla si allontana dai suoi regni aviti. Perciò con ogni attenzione esercita le sue forze e giace tra duri sassi, instancabile, su un giaciglio coperto di fogliame ispido, nutrendosi di carice pungente, e si mette alla prova e impara a gettare la sua rabbia nelle corna cozzando sul tronco di un albero, sfida i venti con i suoi colpi e si addestra alla battaglia spargendo intorno a sé il terriccio. Poi, quando ha concentrato il suo vigore e recuperato le forze, si mette in marcia e piomba a capofitto sul nemico che lo ha dimenticato, come un’ondata quando comincia a biancheggiare in mezzo all’oceano, da lontano, proprio dall’alto mare estende la sua curva, e rovesciandosi verso terra risuona enormemente tra i massi e ricade giù non meno alta della stessa scogliera; ma dal profondo l’onda ribolle nei vortici e scaglia in su la sabbia oscura.

Sino a tal punto ogni razza sulla terra, degli uomini e delle fiere, e la razza marina, i quadrupedi e gli uccelli variegati, precipitano nel fuoco della follia; l’amore per tutti è lo stesso.

Cicerone, De Senetute (XV 51)





Pubblicare i dibattiti sul blog non è affatto semplice. Inseriamo stralci di libri da cui nascono le discussioni e i dibattiti. I riferimenti dei libri sono davvero molti. Inseriremo, alla fine dei conviti, l'elenco completo da cui abbiamo attinto per stimolare le condivisioni del mercoledì. Scusateci se ci sono impreciosioni  o errori!
Questo convito è strettamente collegato al successivo: OGM, libera nos a fame.Duecento anni fa la rivoluzione industriale e i combustibili fossili hanno cambiato il mondo. Tutto ha inizio da qui:


- il controllo del cibo da parte di alcune aziende private


- l’intenzione di aumentare la produzione di cibo per ridurre la fame


- l’introduzione di prodotti chimici in agricoltura derivati dalla petrolchimica



Da “AGRI-BUSINESS I semi della distruzione” di F. W. ENGDAHL



Verso la metà degli anni ’70 Kissinger disse ad un giornalista: “Se controlli il petrolio, controlli le nazioni; se controlli il cibo controlli i popoli”.

Le multinazionali dell’agribusiness e del commercio internazionale, come la Cargill e la Archer-Daniels Midland, stabilirono le priorità delle politiche governative. L’idea dell’autosufficienza alimentare degli Stati uniti venne sostituita da un semplice motto: “Quello che è buono per la Cargill e per le aziende esportatrici di grano, è buono anche per l’intera agricoltura degli Stati Uniti”. Le aziende agricole familiari vennero abbandonate. Svalutando il dollaro, nel 1971, e adottando il “Nuovo Piano Economico”, Nixon mosse i primi passi della sua nuova strategia sulle esportazioni. Come disse il presidente dell’Associazione Nazionale dei Produttori di Grano e di Prodotti Alimentari, “il NEP fu molto importante per consentire all’agricoltura statunitense di approfittare della svalutazione del dollaro”. Pearce sostenne che i Paesi poveri del Terzo Mondo avrebbero dovuto smettere di cercare di essere autosufficienti per quanto riguardava il frumento, il grano, il riso o la carne e concentrarsi invece sui piccoli frutti, sulle verdure e sullo zucchero. Avrebbero dovuto importare i beni primari dalle aziende statunitensi più efficienti, ovviamente ai prezzi stabiliti dalla Cargill, pagandoli con le esportazioni di frutta e verdura abbandonando, così, i progetti di autosufficienza alimentare. Questa strategia diede il via a un programma, che durò tutti i tre decenni successivi, di controllo del cibo dei Paesi poveri e in via di sviluppo. L’economista J. W. Smith The World’s Wasted Wealth 2, Instituded for Economic Democracy 1994) descrive così la situazione: “Fattorie altamente industrializzate su terreni molto ampi possono produrre unità di cibo più economiche di quelle prodotte dai contadini dei Paesi del Terzo Mondo. Quando questi prodotti vengono venduti, o donati a queste nazioni, il loro sistema agricolo viene completamente distrutto. Se venisse loro consentito l’accesso alla terra e agli strumenti industriali – e venissero implementate misure di difesa dalle importazioni a basso prezzo- i poveri disoccupati del Terzo Mondo potrebbero piantare grano ad alto contenuto proteico e calorico, raggiungendo l’autosufficienza alimentare. Con la riappropriazione delle proprie terre e con l’utilizzo di manodopera disoccupata, i costi per ottenere sufficiente cibo, per queste società, sarebbero quasi nulli ed esse potrebbero risparmiare denaro, che oggi spendono per acquistare i cosiddetti alimenti d’importazione economici”.

Ovviamente una un’alternativa così umanitaria non venne nemmeno presa in considerazione. L’amministrazione Nixon, come primo passo di una nuova ‘guerra globale’ più ampia, cominciò il processo di distruzione della produzione locale di cibo dei Paesi in via di sviluppo. (…)

Nel 1941, qualche mese prima dell’attacco a Pearl Harbor, che avrebbe portato formalmente gli Stati Uniti in guerra, Rockefeller e il Vicepresidente degli Stati Uniti, ed ex Ministro dell’ Agricoltura dell’amministrazione Roosevelt, H. A. Wallace, inviarono un gruppo di lavoro in Messico per studiare con il governo locale il modo di aumentare la produzione alimentare. Wallace era un noto esperto di agricoltura e aveva fondato l’azienda di sementi, Pioneer Hi.Bred International Inc., che decenni dopo sarebbe diventata una compagnia controllata dalla DuPont e una delle quattro grandi del mercato dei semi OGM. Il rapporto sul Messico del gruppo Rockefeller-Wallace sottolineava la necessità di utilizzare di semi che avessero alte rese. Quello stesso anno, Rockefeller e Wallace stavano mettendo a punto i piani per assumere il controllo delle risorse agricole dell’America Latina; Laurence e lo stesso Nelson cominciarono ad acquistare, a pressi bassi, vasti terreni agricoli molto produttivi, in quel continente; in tal modo, la famiglia cominciava a spostare i suoi affari, dal settore del petrolio a quello dell’agricoltura.

L’idea era di eliminare le semplici fattorie a conduzione familiare e avviare l’agribusiness, come sarebbe stato chiamato tale sistema a partire dagli anni ’50. Il petrolio era l’anima del nuovo settore commerciale e in questo ramo i Rockefeller occupavano un ruolo di rilievo. Il modello economico del monopolio globale, che aveva adottato nel settore petrolifero nei decenni precedenti, sarebbe stato a quel punto imitato, per trasformare il naturale settore agricolo in un ‘mercato agricolo industriale’ globale. (…)

La famiglia Rockefeller e la sua fondazione fecero ben poca fatica per imporre al Dipartimento di Stato la loro visione sulla produzione alimentare globale e sui problemi legati alla popolazione, dato che i oro membri occupavano i principali posti nelle istituzioni politiche del Paese. In questa situazione, si capisce che il gruppo che faceva riferimento a tale élite di potere esercitava un’enorme pressione sul governo degli Stati Uniti; basti dire che ogni uomo che avrebbe ricoperto l’incarico di segretario di Stato, negli anni critici della guerra fredda, dal 1952 alla fine della presidenza di Jimmy Carter nel 1979, sarebbe stato anche una figura importante all’interno della Rockefeller Foundetion: il Segretario di Stato di Eisenhower, J. F. Dulles, ricopriva l’incarico di presidente prima di arrivare a Washington; quello di J. Kennedy, e poi di Lyndon Johnson, Dean Rusk, fece lo stesso percorso nel 1961; il consigliere pe la sicurezza nazionale di Nixo, e successore di Rusk nel 1974, H. Kissinger, proveniva anche lui dallo stesso circolo elitario. Ciononostante, l’enorme influenza esercitata da questa fondazione privata e no profit sulla politica estera degli Stati Uniti, nel periodo post bellico, fu tenuta ben nascosta.

Dulles, Rusk e Kissinger compresero bene l’idea di Rockefeller riguardo all’influenza chele imprese private dovevano esercitare sull’azione di governo e, soprattutto, al ruolo da assegnare all’agricoltura, in tale contesto: i suoi prodotti erano da considerare alla stregua del petrolio, cioè beni che potevano essere commercializzati, controllati o immessi in modo insufficiente o eccessivo sui mercati, a seconda degli interessi delle poche multinazionali che controllavano il settore.

La ‘rivoluzione verde’ di Rockefeller ebbe inizio in Messico, per poi diffondersi in tutta l’America Latina, negli anni ’50 e ’60; poco tempo dopo venne introdotta in India e in altre nazioni di quel continente. Questa ‘rivoluzione’ era un velato tentativo di assumere il controllo della produzione alimentae nei paesi chiave tra quelli in via di sviluppo.

Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, insieme alla I. G. Farben, le compagnie chimiche americane divennero le più importanti al mondo. Le principali aziende ( DuPont , Dow Chemical, Monsanto, Hercules Powder e altre, misero in campo tutto il loro micidiale potenziale di pressione politica, come grandissimi contribuenti fiscali dello Sato, per aggiudicarsi gli appalti per la costruzione delle bombe e delle varie armi , richieste dal clima di guerra permanemte. L’azoto è l’elemento essenziale per il tritolo e per gli altri componenti altamente esplosivi, ma al contempo può essere usato anche per fertilizzanti a scopi agricoli, a base di nitrati. L’industria chimica sviluppò l’idea di creare ampi mercati per i suoi prodotti sia per uso interno agli Stati Uniti che per l’esportazione.

Le aziende produttrici dei fertilizzanti a base di azoto facevano parte di una lobby molto più potente, quella della cerchio della Standard Oil che, a partire dalla fine della guerra, comprendeva la DuPont, la Dow Chemicals e la Hercules Powder.

La ‘rivoluzione verde’ introdusse l’agribusiness statunitense nei Paesi in via di sviluppo con la scusa di promuovere metodi più efficienti e tecniche più aggiornate di coltivazione. Le nuove forme di granoturco ibrido del Messico richiedevano moderni fertilizzanti chimici, trattori meccanici e altri tipi di strumentazione agricola, fornita solamente attraverso pompe funzionati a petrolio o a gas. I metodi di tale rivoluzione erano applicabili solo nelle zone agricole più redditizie e vennero deliberatamente riservati ai coltivatori più ricchi, rafforzando la vecchia divisioe semifeudale latifondista tra facoltosi proprietari terrieri e poveri contadini. In Messico, il nuovo granoturco ibrido venne piantato esclusivamente nelle ricche e ben irrigate fattorie del nord-est. Tutte le importazioni, dai fertilizzanti ai trattori, fino ai sistemi di irrigazione, richiedevano petrolio, ottenibile solo dai fornitori industrialmente avanzati degli Stati Uniti. Industri petrolifera e agricoltura si unirono sotto l’ala dei Rockefeller.”


A breve seguirà continuazione