Georgiche, libro II – 458-494
O fortunati anche troppo, se solo conoscessero i loro beni, gli agricoltori! Per loro, spontaneamente, lontano dalla discordia delle armi, la terra giustissima fa scaturire dal suolo facile sostentamento. Se l’alto palazzo dalle superbe porte non versa fuori un’onda immensa di salutatori mattutini da tutte le sue stanze; se non ammirano a bocca aperta battenti variamente intarsiati di bella tartaruga, vesti capricciose ricamate in oro e bronzi di Corinto, se la bianca lana non è adulterata con la porpora assira e l’uso dell’olio limpido non è guastato dalla cannella – ma invece una pace sicura e una vita che non sa di inganni , ricca di beni diversi , ma il riposo nei vasti poderi, spelonche, e laghi naturali e fresche vallate amene, e muggiti di buoi e molli sonni al riparo di un albero, tutto questo non manca. Lì balze e tane di animali selvatici, una gioventù resistente al lavoro e abituata al poco, culto per gli dei e venerazione per i genitori: fra loro la Giustizia segnò le sue ultime impronte quando abbandonò la terra.
Certo vorrei, in primo luogo, che le Muse dolci sovra ogni cosa, di cui io porto le sacre insegne acceso d’amore immenso, mi accogliessero mostrandomi le vie del cielo e le stelle, le eclissi diverse del sole e i travagli della luna, l’origine dei terremoti, quale forza gonfi i mari profondi spezzando gli ostacoli per poi riportarli al loro livello, perché tanto si affrettino a bagnarsi nell’oceano i soli invernali, o quale indugio pesi sulle notti lente a trascorrere. Ma se il sangue, freddo intorno al mio cuore, impedirà che io possa avvicinarmi a questi aspetti della natura, il mio piacere sia nelle campagne e nei fiumi che irrigano le vallate, posso io amare, senza gloria, le selve e i corsi d’acqua. Oh, dove sono le pianure e lo Sperchèo e le cime del Taìgeto percorse in riti bacchici dalle vergini spartane!oh, chi mi porterà tra le gelide con valli dell’Emo e mi riparerà con l’immensa ombra dei rami! Felice chi ha potuto investigare le cause delle cose e mettere sotto i piedi tutte le paure, il fato inesorabile, il risuonare dell’avido Acheronte. Forse anche colui che conosce gli dei agricoli, Pan e il vecchio Silvano e le Ninfe sorelle.
Dal Manifesto sul futuro del cibo del movimento internazionale Slow food
<<La spinta crescente verso l’industrializzazione e la globalizzazione dell’agricoltura e dell’alimentazione mette in pericolo il futuro dell’umanità e il mondo naturale. Efficienti sistemi agricoli costruiti dalle comunità indigene locali hanno alimentato gran parte del mondo per millenni, mantenendo l’integrità ecologica e continuano a farlo in molte parti del pianeta. Ma oggi vengono rapidamente sostituiti da sistemi di monocolture e tecnologie controllati dalle multinazionali e orientati alle esportazioni . Questi sistemi di gestione a distanza incidono negativamente sulla salute pubblica, sulla qualità alimentare e nutritiva, sulle forme tradizionali di sussistenza e sulle culture indigene e locali, accelerando l’indebitamento di milioni di agricoltori e la loro separazione dalle terre che hanno tradizionalmente nutrito intere popolazioni, comunità e famiglie. Questa transizione aumenta la fame, i senza tetto, la disperazione ed i suicidi tra i contadini. Nel contempo degrada anche i sistemi su cui si basa la vita sul pianeta ed aumenta l’alienazione della gente dalla natura e dai legami storici, culturali e naturali degli agricoltori e di tutti gli altri dalle fonti di cibo e sussistenza. Contribuisce, infine, a distruggere le basi economiche e culturali della società, minaccia la sicurezza e la pace e crea un ambiente che favorisce la disintegrazione sociale e la violenza.
Gli interventi tecnologici, venduti dalle multinazionali come panacea per la soluzione di tutti i problemi di “inefficienza della produzione su piccola scala”, e presumibilmente come rimedio alla fame nel mondo, hanno avuto esattamente l’effetto opposto. Dalla Rivoluzione Verde, alla Rivoluzione Biotecnologia, all’attuale spinta all’irradiazione degli alimenti, le intrusioni della tecnologia industriale nei sistemi tradizionali e ne naturali di produzione locale hanno aumentato la vulnerabilità degli ecosistemi. Hanno prodotto l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo e stanno diffondendo un nuovo tipo di inquinamento genetico, da organismi geneticamente modificati. Queste tecnologie e monocolture sostenute e volute dalle multinazionali inaspriscono gravemente i cambiamenti climatici sul pianeta con la loro forte dipendenza dai carburanti fossili e l’emissione di gas nocivi e altre sostanze. Quest’ultimo fenomeno da solo – il cambiamento del clima – rischia di mettere a repentaglio l’intera base naturale delle produzioni agro-alimentari ecologiche, ponendo le basi di conseguenze catastrofiche nel prossimo futuro. In più, se si contano i costi sociali ed ecologiche le immense sovvenzioni necessarie, i sistemi di agricoltura industriale non hanno di certo aumentato l’efficienza della produzione. E non hanno nemmeno ridotto la fame: al contrario. Hanno comunque stimolato la crescita e concentrazione di pochi colossi multinazionali agrofinanziari che controllano la produzione globale, a danno dei produttori locali di alimenti, della disponibilità di cibo e della sua qualità, e della capacità di comunità e nazioni di ottenere l’autosufficienza negli alimenti strategici.
Le tendenze negative della seconda metà del secolo scorso sono state accelerate dai recenti regolamenti commerciali e finanziari redatti da burocrazie globali di istituzioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale. Queste istituzioni hanno trasformato in leggi le politiche finalizzate a servire gli interessi delle multinazionali agricole facendo prevalere questi interessi su tutti gli altri, abolendo i diritti degli agricoltori e dei consumatori e riducendo in maniera drastica i poteri degli stati di regolamentare il commercio internazionale sulle loro frontiere e applicare i limiti adeguati alle proprie comunità. Per esempio, le norme dell’Accordo sui Diritti di Proprietà Intellettuale relativi al Commercio del Wto, hanno consentito alle multinazionali agricole di impadronirsi di gran parte delle risorse primarie di semi, alimenti e terreni agricoli a livello mondiale. La globalizzazione dei regimi di brevetto compiacenti con gli interessi delle multinazionali ha anche direttamente intaccato gli specifici diritti originari,tradizionali degli agricoltori, ad esempio quello di conservare i propri semi (…).
L’intero processo di conversione dalla produzione alimentare su piccola scala per le comunità locali, alla produzione specializzata su larga scala per l’esportazione, ha portato anche al declino di tradizioni, di culture, dei piaceri dei tanti generi di collaborazione e convivialità, associati per secoli ai circuiti locali di produzione e mercati comunitari, diminuendo l’esperienza della produzione alimentare diretta e le gioie, a lungo celebrate, di condividere gli alimenti prodotti a livello locale su terre locali.
Nonostante le considerazioni di cui sopra, c’è un numero crescente di motivi per essere ottimisti. Migliaia di nuove iniziative stanno fiorendo nel mondo per promuovere l’agricoltura ecologica, la difesa dei piccoli agricoltori, la produzione di alimenti sani, sicuri, culturalmente diversificati e la regionalizzazione della distribuzione, del commercio e della vendita. >>
Sicuramente le intenzioni iniziali del movimento internazionale Slow Food erano valide e nobili e lo sono ancora, probabilmente. Ci chiediamo solo perchè, dato che il movimento è nato proprio in Piemonte grazie a Carlo Petrini, la nostra agricoltura sia vittima lei medesima di tutti i monopoli internazionali e di tutte le multinazionali dell'agri-business come qualsiasi altro paese d'Europa e dei Paesi in via di Sviluppo. La complessità è notevole, lungo il percorso, ma il mondo rurale contadino rimane comunque ai margini e ancora oggi non è realmente rappresentato. Forse non abbiamo ancora toccato abbastanza il fondo per poter urlare e svelare il malumore profondo. Forse bisogna cominciare a pensare ad una NUOVA RIVOLUZIONE CONTADINA e come tale partirà dal basso.
In uno dei suoi primi libri Buono, pulito e giusto Carlo Petrini conclude:
<<Sono un gastronomo.
No, non un mangione che non ha il senso del limite e gode di un cibo solo quanto più è copioso o quanto più è proibito.
No, non lo stolto dedito ai piaceri della tavola che se ne infischia di come un cibo è arrivato dal desco.
Mi piace conoscere la storia di un alimento e del luogo da cui proviene, mi piace immaginare le mani di chi l'ha coltivato, trasportato, manipolato, cucinato, prima che mi venisse servito.
Vorrei che il cibo che consumo non privi di cibo altri nel mondo.
Mi piacciono i contadini, il loro modo di vivere la terra e di saper apprezzare il buono.
Il buono è di tutti; il piacere è di tutti, poichè è nella natura umana.
C'è cibo per ognuno su questo pianeta, ma non tutti mangiano, Chi mangia, inoltre, spesso non gode, ma mette benzina in un motore. Chi gode, invece, spesso non si preoccupa d'altro: dei contadini e della terra, della natura e dei beni che ci può offrire.
Pochi conoscono ciò che mangiano e godono per tale conoscenza, fonte di piacere che unisce con un filo rosso l'umanità che la condivide (...).>>

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